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Eurallumina verso il riavvio, ma è un tremendo pericolo per la salute

Il Bisturi di Clairemont Ferrand: Eurallumina verso il riavvio, ma è un tremendo pericolo per la salute

Lo stabilimento Eurallumina di Portovesme, nel Sulcis, fermo dal 2009, va verso il riavvio della produzione, a discapito della salute dei cittadini.

L’azienda proprietaria della raffineria è controllata dalla multinazionale russa Rusal, a cui guarda caso non vengono applicate le sanzioni.

Ci sono in ballo centinaia di posti di lavoro, che saranno ‘inventati’, contro le più banali leggi dell’economia di mercato tanto esaltata, con soldi pubblici a favore di sindacalisti e figli di sindacalisti del Pd sardo.

Che poi in una delle zone più belle della Sardegna ciò provochi un disastro ambientale pericolosissimo per la salute poco importa! I famigerati ‘fanghi rossi’ se li terranno quelli che abitano vicino alla fabbrica. Chi sta organizzando questa tragica operazione sulla pelle della povera gente disperata se ne staranno ben lontani! Chiaramente tutto rigorosamente a spese della finanza pubblica!

La Rusal non ci metterà neanche un centesimo. E le sanzioni contro la Russia non saranno un problema. Con tanti complimenti per la coerenza in politica economica e in politica estera del Governo Gentiloni.

Il rischio per la salute

Scrive Monia Melis sul Fatto Quotidiano:

“Da mesi le associazioni e comitati popolari (Grig, Carlofortini preoccupati , Adiquas) depositano osservazioni sul progetto e ribadiscono la loro opposizione. Lo stesso fa Isde – Medici per l’Ambiente Italia: “Si insiste sulla scelta del carbone come l’opzione più economica per l’impresa, ma anche la più dannosa sul piano emissivo, senza tenere conto dei costi esterni socio-sanitari che sarebbero ricaduti sulle popolazioni già fortemente provate dalle gravi condizioni ambientali presenti nel Sito di Interesse Nazionale (SIN) del Sulcis-Iglesiente-Guspinese”. Gli effetti dell’inquinamento sulla catena alimentare sono finiti sulla tavola degli abitanti con un rischio concreto per la salute. Nel 2012 l’Istituto Superiore di Sanità e l’Asl 7 di Carbonia hanno posto un divieto di commercio del latte, mitili, carni, frutta e verdura. Ed è la stessa Asl del Sulcis che evidenzia “un aumento delle patologie del polmone nell’area di Portoscuso”. Mentre Legambiente ricorda che “il piano di disinquinamento dell’area avrebbe dovuto concludersi in quattro anni, ma dopo oltre vent’anni non si è ancora concluso e soprattutto non ha risolto la grave situazione di compromissione del territorio nelle diverse matrici ambientali aria, acqua, suolo”. La Sardegna resta in bilico da decenni sullo stesso rebus: da una parte il miraggio del lavoro, dall’altra quello delle bonifiche, del risanamento e dell’economia sostenibile, alternativa e ‘pulita’.”

Le incognite per l’ambiente

Il Fatto ci parla anche del problema ambientale:

“Al centro c’è uno dei punti più controversi del progetto: il necessario ampliamento del bacino dei fanghi rossi, a ridosso della costa, come sottolineato anche nel parere. Si tratta di un sito di stoccaggio degli scarti di lavorazione della bauxite (attraverso la soda caustica e la successiva calcinazione) ampio 177 ettari diviso in quattro vasche, da innalzare ulteriormente – secondo le richieste – di 46 metri sul livello del mare. Il Soprintendente contesta la vicinanza a siti di interesse paesaggistico come le tonnare, ma cita anche una questione differente e “di opportunità” relativa all’area di recupero, sempre secondo le norme di attuazione del Piano paesaggistico regionale. Nell’area, scrive: “non sono consentiti interventi, usi o attività che possono pregiudicare i processi di bonifica o di recupero o comunque aggravare le condizioni di degrado”. Il degrado è quello ambientale, una volta ripresa la produzione la “discarica” di rifiuti speciali è assolutamente indispensabile. Come si legge in un documento della stessa Eurallumina, la produzione media degli scarti è pari a 650mila tonnellate all’anno con una proporzione di “di circa 0,7 chili per chilogrammo di allumina”.”

Fanghi rossi, una bomba ad orologeria

Leggiamo su Greenme.it:

“I fanghi rossi (red mud in inglese) sono un problema anche in Italia. In Sardegna infatti esiste da molti anni un bacino di residui di produzione di alluminio, che nel 2009 fu messo sotto sequestro. L’azienda che li detiene, EurAllumina, da diversi anni proprietà della multinazionale Rusal, ha firmato a maggio un protocollo di intesa con la Regione Autonoma della Sardegna per la messa in sicurezza e la ripresa delle attività.

Ma quali sono i potenziali pericoli?

L’alluminio viene estratto dalla bauxite, un minerale che al suo interno contiene molti altri elementi della tavola periodica, e che nel ciclo produttivo del metallo viene trattato con sostanze molto basiche (come la soda caustica), in modo da ottenere un complesso dall’alluminio, a sua volta poi sottoposto a processi chimico fisici volti a isolare l’elemento in forma metallica.

Ma tutto quello che resta dal primo attacco chimico, i cosiddetti fanghi rossi (il cui colore è dato sostanzialmente dagli abbondanti ossidi di ferro) è una bomba pericolosa, perché si trova ad un pH decisamente incompatibile con gli ecosistemi e perché contiene molti elementi della tavola periodica tra cui alcuni tossici e/o cancerogeni come mercurio, cromo, torio e arsenico.

[…]

I fanghi rossi sono dunque un potenziale e terribile pericolo ambientale. Una falla nei sistemi di sicurezza delle vasche di contenimento potrebbe risultare in un disastro anche nel nostro paese. Basterebbero forse degli investimenti per la loro bonifica e magari lo sfruttamento per ricavarne materie prime. L’alternativa è continuare a tenere in casa una pericolosa bomba a orogeleria, soggetta comunque a spese per la messa in sicurezza.

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