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Sanremo, la protesta dei lavoratori Tim: ‘Il festival si fa con i nostri soldi’

Il Festival di Sanremo ha raddrizzato i conti grazie agli spot, abbiamo letto nei giorni scorsi sui giornali.

Sì, tutto molto interessante, ma chi è stato a farne le spese?

I lavoratori, come al solito, come denunciato dai dipendenti Tim nel giorno della finale:

“Non potevamo stare in silenzio e guardare il festival di Sanremo dal divano di casa, sapendo che si fa con i nostri soldi. E allora siamo venuti qui a cantare la nostra canzone stonata”.

E ancora:

“20 anni fa l’allora Telecom fu privatizzata e da quel momento si sono avvicinati dirigenti, proprietari e governi. In molti hanno attraversato le vicende di Tim, in molti si sono arricchiti e hanno garantito i propri interessi, nessuno ha impedito che una delle principali multinazionali di telecomunicazioni al mondo si trascinasse in un lento e inesorabile logorio.

Oggi più di 30mila lavoratori di Tim sono in contratto di solidarietà, con riduzioni significative degli stipendi. Ma tutti questi sacrifici non sono bastati: la nuova proprietà francese in ossequio a mere logiche finanziare ha preteso un piano di tagli di quasi 2 miliardi di euro, il cui raggiungimento garantirà premi per decine e decine di milioni di euro per la dirigenza.

E così il 6 ottobre scorso l’azienda ha comunicato a sindacati ed RSU che dal 1 febbraio di quest’anno non sarebbe più stato valido il contratto aziendale, un contratto frutto di decenni di lotte e mediazioni con l’azienda, che garantiva ai lavoratori di Tim diritti e salari.

Garantiva. Perché ad oggi con questo atto prepotente e unilaterale Tim ha tagliato ulteriormente i nostri stipendi. La stessa azienda che in ogni occasione si vanta di garantire ai suoi dipendenti un concetto di welfare all’avanguardia, ha cancellato ferie e permessi retribuiti necessari alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

L’azienda che favoreggia le nuove e moderne modalità di lavoro, gli smart working, ha deciso di trasferire forzosamente 265 lavoratori dalle sedi di Milano e Torino verso Roma, con tutte le drammatiche conseguenze che tutto ciò potrà comportare”.

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