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Quello che i media non dicono

Di Maio a Renzi: ‘Faccia chiarezza sulle donazioni di Romeo’ #RenziVuotaIlSacco

In questi giorni non si sente parlare d’altro che di Romeo.

Si fa tanto chiasso su quel Romeo che ha intestato le polizze alla Raggi, mentre i cittadini non conoscono l’altro Romeo, l’imprenditore napoletano al centro dell’inchiesta sulla Consip, che fece una donazione alla fondazione di Matteo Renzi nel 2013. Lo stesso ex-premier, nel video che potete vedere sotto, definiva il secondo Romeo “un imprenditore di successo.

Il M5S ha voluto vedere chiaro sulla vicenda e ha quindi chiesto a Renzi di rispondere alle seguenti domande:

– L’imprenditore Romeo, al centro dell’inchiesta per corruzione sugli appalti Consip, ha finanziato in altre occasioni le sue Fondazioni?
– A quanto ammontano queste donazioni? Perchè nonostante sapesse che Romeo era già stato condannato in primo grado per corruzione, accettò la sua donazione alla Fondazione?
– E perché, da presidente del Consiglio, non ha fatto nulla per impedire ad un imprenditore con procedimenti giudiziari in corso come Romeo di partecipare all’appalto Consip?

Ecco il post pubblicato da Luigi Di Maio sulla propria pagina Facebook:

“#RenziVuotaIlSacco
L’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd, Matteo Renzi, ormai non può continuare a starsene zitto e a far finta di nulla. Quello che sta uscendo dall’inchiesta sulla presunta corruzione negli appalti Consip, una torta pari a 2,7 miliardi di euro, lo obbliga a fare chiarezza su quella donazione che proprio l’uomo chiave dell’inchiesta, l’imprenditore Alfredo Romeo, fece alla sua Fondazione Big Bang.

Romeo, che è anche indagato per un’altra vicenda per concorso esterno in associazione mafiosa, nel 2014 si è aggiudicato appalti Consip per oltre 600 milioni di euro, ma i Pm di Napoli e Roma ipotizzano che ci sia stata corruzione e vogliono capire come e se sia stato favorito. L’inchiesta tocca in prima persona uomini vicinissimi a Renzi: il padre Tiziano, indagato con l’accusa di traffico di influenze, e il suo ex braccio destro e oggi ministro dello Sport Luca Lotti indagato per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento. Secondo i magistrati, il padre di Renzi avrebbe avuto un ruolo di mediatore per la concessione degli appalti a Romeo, e Lotti avrebbe spifferato all’amministratore delegato di Consip che c’era un’inchiesta in corso.

Di certo c’è che nel 2013 la Spa Isvafim di Alfredo Romeo ha finanziato con una donazione da 60mila euro proprio la Fondazione renziana Big Bang, poi diventata Fondazione Open, in occasione della campagna elettorale per le primarie del PD. Intervistato da Report proprio nell’ottobre 2013, Renzi ammette il finanziamento da parte di Romeo e ammette di sapere, già allora, chi è Romeo: ‘un imprenditore discusso’ con una condanna in primo grado per corruzione.

Alla luce di questo, riformuliamo le nostre domande a Renzi: l’imprenditore Romeo, al centro dell’inchiesta per corruzione sugli appalti Consip, ha finanziato in altre occasioni le sue Fondazioni? A quanto ammontano queste donazioni? Perchè nonostante sapesse che Romeo era già stato condannato in primo grado per corruzione, accettò la sua donazione alla Fondazione? E perché, da presidente del Consiglio, non ha fatto nulla per impedire ad un imprenditore con procedimenti giudiziari in corso come Romeo di partecipare all’appalto Consip?”

In caso di uscita dall’euro la lira si rivaluterebbe – Lo studio di Fitoussi

In caso di uscita dall’euro l’Italia sarebbe il Paese che sopporterebbe meglio il trauma, la lira si rivaluterebbe dell’1% e la gestione del debito pubblico non sarebbe a rischio.

Uno studio dell’istituto di ricerca francese Ofce condotto dall’economista Jean-Paul Fitoussi smonta quanto affermato dai media per anni: se dovessimo abbandonare la moneta unica non sarebbe un disastro per il nostro Paese.

Spiega Marcello Bussi su Milano Finanza:

“Se l’Italia uscisse dall’euro, la nuova lira si svaluterebbe del 30 per cento, avverte Mediobanca . Una disgrazia per l’inflazione, che salirebbe alle stelle, l’unanime commento. Ma qualcuno pensa che invece la valuta italica rimarrebbe stabile. Più precisamente, si rivaluterebbe dell’1%. Nemmeno Matteo Salvini avrebbe il coraggio di spararla così grossa. Eppure questo è il risultato di uno studio autorevolissimo prodotto dall’Ofce, l’Osservatorio francese della congiuntura economica. Per chi non lo sapesse, l’Ofce è stato fondato nel 1981 dall’allora premier Raymonde Barre, finanziato dallo Stato francese e affiliato alla mitologica università di Sciences Po, dove si forma una parte consistente dell’élite transalpina. Per vent’anni ne è stato presidente l’economista Jean-Paul Fitoussi, che attualmente è direttore della ricerca. Insomma, quanto di più lontano da Marine Le Pen. E dal punto di vista accademico tutte le carte sono più che in regola”.

L’Italia, emerge dalla ricerca francese, “non corre nessun rischio di andare in default nel caso di uscita dall’euro. E, una volta esauriti gli effetti speculativi a brevissimo termine, la lira si rivaluterebbe dell’1% sull’euro”.

In conclusione, l’uscita dall’euro andrebbe a vantaggio delle imprese italiane, e a danno delle esportazioni tedesche:

“Rispetto al marco tedesco, quindi, la lira perderebbe il 13%, un bel toccasana per le imprese esportatrici senza dover tagliare ulteriormente i salari. E nei confronti del franco francese la lira si rivaluterebbe addirittura del 10%. Rispetto alla dracma greca si rafforzerebbe del 37% rendendo super economiche le vacanze in terra ellenica e del 9% nei confronti della peseta spagnola. Certo, sarebbero più cari del 14% i soggiorni ad Amsterdam. Ma è davvero niente rispetto alle catastrofiche previsioni di iper inflazione e bancarotta fatte dalla stragrande maggioranza degli economisti. Le conclusioni dell’Ofce vanno quindi contro il senso comune, ma l’istituto di ricerca ha un prestigio tale che non ha bisogno di farsi pubblicità sparandole grosse”.

Sui tg Rai c’è spazio solo per la difesa del padre di Renzi

Due pesi e due misure. O, per dirla con le parole di Marco Travaglio, il gioco della pagliuzza e della trave.

I media italiani falsificano la realtà prendendo una cosa minuscola e trasformandola in uno scandalo enorme, e prendendo uno scandalo enorme e trasformandolo in una cosa minuscola.

È il caso della vicenda Raggi: fatti di poca importanza per gli italiani che vengono presentati come scandali nazionali; e l’inchiesta Consip, il più grande appalto truccato d’Europa, in cui è coinvolto il padre di Renzi, indagato dalla procura. Di quest’ultimo scandalo, però, nessuno ne parla. E in particolare i tg, come fa notare Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano:

“I tre telegiornali principali non raccontano le accuse, Rai1 si limita alle professioni di innocenza dell’indagato.

Sia detto una volta e non si ripeta più. Il padre di Matteo Renzi è indagato di nuovo. Tiziano Renzi è accusato dalla Procura di Roma di traffico di influenze illecite. L’ipotesi è che abbia assunto il ruolo di “facilitatore” (con l’amico Carlo Russo) nei confronti dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, che tentava di aggiudicarsi la gara Consip Fm 4. Parliamo di un appalto pubblico dal valore totale di 2 miliardi e 700 milioni. Questa, in estrema sintesi, la notizia. Difficile negare che sia di interesse pubblico. Ma nei Tg della Rai il fatto viene raccontato, diciamo, con una certa leggerezza”.

Ed ecco come il Tg1 ha riportato la vicenda del padre di Renzi:

“L’indagine su Tiziano Renzi compare in agenzia alle ore 19.53 del 16 febbraio. Sette minuti prima dell’inizio del Tg1 serale. Non c’è il tempo per realizzare un servizio: la conduttrice legge la velina dell’Ansa, pochi secondi, al quindicesimo minuto. Nemmeno il Tg2 riesce a fare di meglio, nonostante inizi mezz’ora più tardi. L’informazione è rimandata al giorno successivo.

Venerdì mattina il telegiornale di Mario Orfeo prende coraggio e infila la notizia su Tiziano Renzi addirittura tra i titoli del Tg1 delle 8. Sorpresa. A voler essere pignoli, il testo pare macchiato da un certo entusiasmo per la difesa: riporta per esteso la replica di Renzi senior (“Ammetto la mia ignoranza ma non conoscevo l’esistenza di questo reato, che comunque non ho commesso”, “I miei nipoti sono già passati da una vicenda simile tre anni fa e devono sapere che loro nonno è una persona perbene”) e cita anche il suo avvocato (per cui l’indagine è un “atto incomprensibile”). Per il resto, non si capisce bene di cosa si tratti. Sarà per questo che nelle edizioni successive la notizia scompare dai titoli di apertura. Sia alle 13.30 che alle 20. Ecco i lanci del Tg serale: il rischio scissione nel Pd, il caos capitolino dei 5 Stelle, il provvedimento contro i furbetti del quartierino, il secondo giorno di sciopero dei taxi, le ultime polemiche su Donald Trump, il processo d’appello sulla discarica di Bussi, il nuovo show di Antonella Clerici. La notizia su Tiziano Renzi è l’undicesima in scaletta, infilata al minuto 22, nella parte finale del Tg”.

Il Tg2 non è da meno:

“Il trattamento del Tg2 è molto simile a quello della rete “ammiraglia”. La prima edizione è alle 13. La notizia su Tiziano Renzi non è tra i titoli di apertura (che sono molto simili a quelli del Tg1, tranne Bussi e la Clerici). Il servizio arriva in sordina al minuto 17, su 31 totali. Comunque ben distante dalle notizie di politica che riguardano il figlio Matteo, all’inizio del notiziario.

Stessa storia nel Tg2 delle 20.30. Nessun titolo e notizia al minuto 13 (su 32): il servizio fila via liscio in 70 secondi e si chiude così: “Tiziano Renzi ha dichiarato di aver avuto una condotta assolutamente trasparente e di rispettare il lavoro dei magistrati”.”

Ed ecco il Tg3:

“Infine il Tg3 che fu di Bianca Berlinguer e ora diretto da Luca Mazzà. L’edizione di mezzogiorno sorprende: l’indagine su Renzi senior è addirittura il secondo dei titoli di apertura ed è in una parte nobile della scaletta, in mezzo ai servizi politici. Poi più nulla. Nel telegiornale delle 19 la notizia scompare, letteralmente. Fuori dai titoli e dalla scaletta. Il Tg3 parte con i furbetti del cartellino e poi mette in fila altri 14 servizi: il Pd, il pastone degli altri partiti, il “caos 5 Stelle”, lo sciopero dei taxi (con pezzo di approfondimento sulle ragioni della protesta), il Papa all’Università di Roma Tre, il G20 di Bonn, i migranti di Ceuta, lo scontro tra Trump e la stampa americana, lo scrittore Johnatan Safran Foer, la discarica di Bussi, la sicurezza stradale (“secondo una ricerca 2 genitori su 3 ammettono di non usare sempre il seggiolino in macchina per i bambini”), un nuovo fascicolo su Ilaria Alpi, un approfondimento sui 25 anni da Mani Pulite”.

Insomma, questa è l’informazione per cui paghiamo il Canone Rai. Giudicate voi.

‘Monti sbagliò, Morgan Stanley paghi 3 miliardi’ Così hanno svenduto l’Italia alle banche

Altro che polizze. In Italia ci sono contratti segreti con clausole ignote a chi dovrebbe gestirli, ovvero lo Stato. Eppure nessuno ne parla.

Si tratta, rivela l’Espresso, di “un suicidio finanziario a cui l’Italia si è sottoposta”, accettando di incassare alcune decine di milioni di euro come contropartita di contratti che, nel giro di pochi anni, l’hanno poi costretta a sborsare trenta volte tanto.

Ovvero, i governi hanno giocato con i soldi degli italiani, e ci hanno rimesso decine di miliardi di euro, obbligandoci a manovre di lacrime e sangue che hanno messo in ginocchio l’economia italiana.

Il Tesoro sottoscrisse strumenti derivati con alcune banche internazionali che ci costano ogni anno “un flusso ininterrotto di perdite miliardarie”, spiega Luca Piana sull’Espresso, che ha pubblicato “i contenuti di un pacchetto di contratti che nei primi giorni del 2012 misero il governo di Mario Monti con le spalle al muro, costringendolo a versare 3,1 miliardi di euro nelle casse della banca americana Morgan Stanley”.

Ma cosa sono i derivati?

Sono strumenti che “permettono a chi li sottoscrive di muovere cifre enormi, impegnando un capitale iniziale ridotto. Possono avere una loro utilità, se concepiti per proteggersi dagli scossoni dei mercati. Ma possono anche rivelarsi estremamente rischiosi, se utilizzati con un fine speculativo. Di qui gli interrogativi che sono nati sull’operato del Tesoro: soltanto nel quinquennio dal 2011 al 2015, stando agli ultimi dati noti, i derivati hanno avuto un impatto negativo sui conti pubblici di 23,5 miliardi di euro, fra interessi netti pagati alle banche e altri oneri connessi. E ancora: gli ultimi conteggi disponibili dicono che gli strumenti tuttora in essere nel portafoglio del Tesoro presentano perdite potenziali per ulteriori 36 miliardi di euro”.

Il calvario a cui ci hanno costretto potrebbe non essere finito e, se non fosse per questo rischio, il governo eviterebbe la manovra da 3,4 miliardi di euro che Bruxelles ha chiesto a Roma.

E ora, riporta Il Giornale, la Procura della Corte dei Conti del Lazio ha contestato alla banca americana Morgan Stanley e al ministero dell’Economia un danno erariale di oltre 4,1 miliardi di euro.

I responsabili pagheranno?

Consip, il padre di Renzi indagato per traffico di influenze illecite

Inchiesta Consip: come anticipato, anche il padre di Renzi è coinvolto e ora è indagato per traffico di influenze illecite.

Leggiamo sul Corriere della Sera:

“Tiziano Renzi è indagato dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta Consip. Il padre dell’ex presidente del Consiglio è stato iscritto per il reato di traffico di influenze per i rapporti con l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo per una serie di commesse pubbliche e in particolare il cosiddetto Fm4, la gara di Facility management del valore di 2,7 miliardi di euro bandita nel 2014 e suddivisa in diversi lotti. Si tratta di un mega appalto che vale oltre l’11 per cento della spesa pubblica nel settore. Nel decreto di perquisizione per Romeo eseguito la scorsa settimana si parla di «colloqui intercettati tra Romeo e il suo collaboratore Italo Bocchino (l’ex parlamentare di Anm ndr) durante i quali hanno passato in rassegna e descritto con dovizia di particolari facendo i nomi dei soggetti con i quali hanno intrattenuto rapporti».

Padre di Renzi indagato, secondo La Verità avrebbe saputo di un’indagine di Napoli, da novembre almeno

Il Fatto Quotidiano il 10 febbraio scorso riportava quanto segue:

“L’amico della famiglia Renzi, l’imprenditore di Scandicci Carlo Russo, andava a parlare di operazioni che mescolano politica e affari privati con Alfredo Romeo mentre era intercettato dai carabinieri del Noe su delega della Procura di Napoli. Il 33enne molto legato a Tiziano Renzi, che è stato il padrino di battesimo del suo secondo figlio, ha proposto all’imprenditore Alfredo Romeo di salvare l’Unità. Non solo. In conversazioni su altre questioni, Russo e Romeo avrebbero discusso di pagamenti all’estero di consulenze che nascondevano, per gli investigatori, vere “tangenti”. Accuse da provare e probabilmente penalmente irrilevanti perché Russo e Romeo avrebbe solo prospettato questo disegno nelle conversazioni. Il disegno però non si è mai realizzato. E probabilmente non ha aiutato a passare dalle parole ai fatti la colossale fuga di notizie sull’indagine che ha tagliato le gambe ai pm e ha avvertito in tempo quasi reale gli intercettati.

Il comandante generale Tullio Del Sette, il comandante della Toscana, Emanuele Saltalamacchia e il ministro Luca Lotti sono indagati perché sarebbero andati a rivelare l’esistenza delle indagini sugli appalti Consip ai vertici della società pubblica che fa le gare per tutte le pubbliche amministrazioni, con il risultato che l’amministratore di Consip ha trovato e rimosso le cimici piazzate nei suoi uffici. Anche Tiziano Renzi, secondo La Verità avrebbe saputo di un’indagine di Napoli, da novembre almeno“.”

Benzina: stangata da 5 miliardi dal 2011 al 2016. Tasse e accise sono il 65,22% del prezzo finale

Quando non riescono a raccattare soldi per far quadrare i conti pubblici tassano la benzina. Un classico.

Secondo quanto emerge da una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro negli ultimi 5 anni ci hanno imposto una tassa occulta da 5 miliardi di euro.

Ma, a quanto pare, la stangata non è ancora finita. Qualche settimana riportavamo che è molto probabile un ulteriore aumento delle accise sul carburante.

Una manovra, questa, da evitare, dato che il prezzo della benzina in Italia è già altissimo, il terzo più caro in Europa:

“Con 1,5437 euro al litro, il costo del nostro carburante è del 11,52% più alto di quello della media europea: il pieno in Italia costa il 9,27% in più rispetto alla Francia e il 10,50% in più rispetto alla Germania. Peggio di noi in Europa fanno soltanto Olanda e Grecia con un costo al litro rispettivamente di 1,5720 e 1,5460 euro,” leggiamo su Lanotiziagiornale.it.

E tasse e accise costituiscono il 65,22% del prezzo finale della benzina:

“Il prezzo pagato dai consumatori finali risente fortemente della componente relativa a tasse e accise. Nel nostro Paese il prelievo statale rappresenta il 65,22% del prezzo finale contro il 62,34% della media europea e il 54,45% della Spagna, il 62,82% della Germania e il 63,34% della Francia”.

Quando facciamo il pieno, pensate un po’, paghiamo anche per finanziare la Guerra in Etiopia del 1936:

“Attualmente incidono sul prezzo del carburante ben 17 diverse accise, deliberate dal 1935 ad oggi. Paghiamo con la benzina le voci di spesa più disparate: dalla Guerra di Etiopia all’acquisto di autobus ecologici; dal Rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all’emergenza migranti causata dalla crisi libica. Senza dimenticare che attraverso l’aumento delle accise si sono affrontate le principali emergenze italiane: dal più recente terremoto in Emilia (2012) fino ai terremoti in Friuli (1976) e Irpinia (1980) o alle alluvioni di Firenze (1966) e Liguria (2011). In molti casi si tratta chiaramente di voci di emergenze concluse ma su cui comunque continuiamo a versare allo stato importanti risorse ogni qualvolta facciamo il pieno di benzina alla nostra auto”.

Con le accise – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro – il governo effettua “un prelievo straordinario e giustificato spesso da emergenze contingenti che finisce per trasformarsi in una tassa perenne, silenziosa e per questo meno dibattuta ma che incide sui bilanci delle famiglie italiane indipendentemente dal loro reddito e, quindi, con poca equità”.

Scanzi contro Renzi: ‘2-3 banchette toscane? Vada a dirlo ai risparmatori truffati di Banca Etruria’

Quando non può negare minimizza.

Matteo Renzi ieri durante il congresso Pd ha detto che “si è fatto credere che il problema dell’Italia erano 2-3 banchette toscane“.

Quello che l’ex-premier non ha detto, però, è che i risparmiatori di Banca Etruria (la banca del papà di Maria Elena Boschi), Banca delle Marche ,CaRiChieti e CaRiFerrara hanno perso tutto perché il governo Renzi varò il decreto ”salva banche”, sacrificando i risparmi di 140mila cittadini per salvare i banchieri.

Durante la puntata di Otto e Mezzo di lunedì il giornalista del Fatto Quotidiano Andrea Scanzi ha detto, facendo riferimento alle dichiarazioni di Renzi:

“Qualche passaggio è stato inelegante e infelice, per esempio quando ha alluso ad un certo punto alle banche e ha parlato di “due-tre banchette toscane, vada a dire a quelli di Banca Etruria che sono stati truffati se sono banchette e basta”.

Beppe Grillo: ‘Il Pd saboterà le elezioni a giugno per prendersi la pensione’ #DemocraticsKarma

Con un post dal titolo #DemocraticsKarma Beppe Grillo ha attaccato Matteo Renzi e il Pd, accusandoli di non voler anticipare le elezioni a giugno 2017 per “prendersi la pensione”.

Leggiamo sul Blog di Grillo:

“La direzione Pd è uno spettacolo tutto sommato divertente, in continuità con Sanremo: Renzi è Carlo Conti e Orfini la De Filippi. Se non fosse che quella gente lì poi decide anche le sorti del Paese ci sarebbe da ridere e godersela. Sono disposti a tutto pur di avere poltrone e pensione. Anche di rimangiarsi quanto detto dopo il referendum e impedire agli italiani di andare a votare a giugno. La loro scelta è prendere in giro i cittadini, dire una cosa e poi farne un’altra. Gli elettori se non l’hanno capito, lo capiranno presto, quando il Pd saboterà le elezioni a giugno per prendersi la pensione. E alle elezioni tutto gli tornerà indietro. E’ il Democratic’s Karma, e la scimmia piddina balla. Ohmmm…

Votare o la pensione (*)
il dubbio piddino contemporaneo
come l’uomo del privilegio
nella tua poltrona d’oro mettiti comodo
intellettuali nei talk show, internettologi
soci onorari del gruppo dei cazzari anonimi

L’onestà è démodé
arresti facili, premier ineletti
AAA cercasi (cerca si)
pensione a settembre
sperasi (spera si)
comunque vada una poltrona
and singing in the rain

Lezioni di D’Alema
c’è Bersani in fila indiana
per tutti un’ora d’aria, di gloria
Napolitano grida un mantra
il segretario inciampa
la scimmia piddina balla
democratic’s karma
democratic’s karma
la scimmia piddina balla
democratic’s karma”

Caso Raggi e inchiesta Consip, Marco Travaglio: ‘Ecco come falsificano la realtà’

Detto da Marco Travaglio in diretta a Otto e Mezzo fa tutto un altro effetto.

Il direttore del Fatto Quotidiano ha spiegato come i media italiani falsificano la realtà e far credere che la vicenda Raggi sia un grave scandalo, mentre si nasconde l’inchiesta sul più grande appalto truccato d’Europa:

“Ci sono altri sistemi per falsificare la realtà, basta prendere una cosa minuscola e trasformarla in uno scandalo enorme e prendere uno scandalo enorme e trasformarlo in una cosa minuscola.

È il gioco della pagliuzza e della trave.

Noi oggi abbiamo raccontato ancora stamattina la storia dei due Romeo. Uno è l’ex-segretario della Raggi, che è stato nominato ed è indagato sia lui sia lei per abuso d’ufficio (una nomina da 90mila euro, che è più o meno la metà di quello che prendeva il capo della Segreteria di Marino).

Dall’altra parte c’è l’imprenditore di Napoli Salvatore Romeo, che è indagato per corruzione, addirittura per concorso per associazione camorristica, che è stato intercettato mentre incontrava alcuni uomini vicinissimi a Renzi, e che stava per ottenere l’appalto più grande d’Europa, 2,7 miliardi dalla Consip. E i magistrati ieri hanno perquisito i suoi uffici dicendo che ci sono tangenti e favori ai politici; Romeo pensava di comprarsi l’Unità per ingraziarsi il Partito Democratico.

Purtroppo l’indagine è stata bloccata per una fuga di notizie che ha rivelato ai vertici della Consip che avevano le cimici negli uffici, e loro le hanno tolte. E i vertici della Consip hanno raccontato che questa fuga di notizie l’hanno fatta il ministro Lotti e il generale dei Carabinieri Del Sette.

Naturalmente noi non sappiamo se ha ragione il dirigente della Consip o hanno ragione Lotti e Del Sette. È curioso che siano rimasti tutti al loro posto, e soprattutto è curioso che stamattina questa notizia sia finita a pagina 200 dei giornali, mentre il segretario della Raggi Romeo, anzi ex-segretario della Raggi Romeo, sta in tutte le prime pagine.

Il gioco dei due Romeo aiuta molto bene a spiegare la pulce e l’elefante, o la pagliuzza e la trave.

Sanremo, la protesta dei lavoratori Tim: ‘Il festival si fa con i nostri soldi’

Il Festival di Sanremo ha raddrizzato i conti grazie agli spot, abbiamo letto nei giorni scorsi sui giornali.

Sì, tutto molto interessante, ma chi è stato a farne le spese?

I lavoratori, come al solito, come denunciato dai dipendenti Tim nel giorno della finale:

“Non potevamo stare in silenzio e guardare il festival di Sanremo dal divano di casa, sapendo che si fa con i nostri soldi. E allora siamo venuti qui a cantare la nostra canzone stonata”.

E ancora:

“20 anni fa l’allora Telecom fu privatizzata e da quel momento si sono avvicinati dirigenti, proprietari e governi. In molti hanno attraversato le vicende di Tim, in molti si sono arricchiti e hanno garantito i propri interessi, nessuno ha impedito che una delle principali multinazionali di telecomunicazioni al mondo si trascinasse in un lento e inesorabile logorio.

Oggi più di 30mila lavoratori di Tim sono in contratto di solidarietà, con riduzioni significative degli stipendi. Ma tutti questi sacrifici non sono bastati: la nuova proprietà francese in ossequio a mere logiche finanziare ha preteso un piano di tagli di quasi 2 miliardi di euro, il cui raggiungimento garantirà premi per decine e decine di milioni di euro per la dirigenza.

E così il 6 ottobre scorso l’azienda ha comunicato a sindacati ed RSU che dal 1 febbraio di quest’anno non sarebbe più stato valido il contratto aziendale, un contratto frutto di decenni di lotte e mediazioni con l’azienda, che garantiva ai lavoratori di Tim diritti e salari.

Garantiva. Perché ad oggi con questo atto prepotente e unilaterale Tim ha tagliato ulteriormente i nostri stipendi. La stessa azienda che in ogni occasione si vanta di garantire ai suoi dipendenti un concetto di welfare all’avanguardia, ha cancellato ferie e permessi retribuiti necessari alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

L’azienda che favoreggia le nuove e moderne modalità di lavoro, gli smart working, ha deciso di trasferire forzosamente 265 lavoratori dalle sedi di Milano e Torino verso Roma, con tutte le drammatiche conseguenze che tutto ciò potrà comportare”.