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Quello che i media non dicono

Trump: ‘Pronto a eliminare le sanzioni alla Russia ‘

Una notizia straordinaria.

Donald Trump, presidente eletto degli Stati Uniti, è pronto ad alleviare le sanzioni alla Russia e dare il via ad un nuovo periodo di distensione tra le due superpotenze.

Lo ha detto lo stesso Trump in un’intervista al Wall Street Journal, spiegando che comunque le sanzioni rimarranno in viglore “almeno per un periodo di tempo”. Il presidente USA ha anche detto di essere disponibile a incontrare Vladimir Putin dopo il giuramento, che si terrà il prossimo 20 gennaio.

L’alleviamento delle sanzioni porterebbe di conseguenza alla cancellazione delle controsanzioni di Mosca, che sono state una mazzata per l’economia italiana: “secondo Confindustria, fra agosto 2014 e luglio 2015 (il primo anno di vigenza dell’embargo) l’export italiano di agroalimentare si è contratto del 36% rispetto allo stesso periodo di un anno prima,” si legge in un’inchiesta di Repubblica.

Le sanzioni hanno comportato i seguenti danni certi o stimati per l’Italia:

– Calo export 2015 di 3,7 miliardi
– Perdita di PIL attuale dello 0,1%, in prospettiva del 0,44%
– Perdita diretta di posti di lavoro attuale di 80mila unità, in prospettiva di 215mila unità
– Calo del turismo russo in Italia del 35%
– Occupazione del mercato russo da parte di paesi concorrenti dell’Italia
– Danni consequenziali e indiretti come danni d’immagine del Made in Italy, calo dei prezzi internazionali dovuto alle eccedenze sui mercati.

L’accordo sulla Siria

E l’intesa tra Trump e Putin potrebbe portare ad un epilogo per la guerra in Siria.

Secondo il Washington Post la Russia ha invitato l’amministrazione Trump a unirsi ai negoziati di pace sulla Siria che Mosca vuole avviare con Turchia e Iran. TgCom riporta che “l’invito sarebbe arrivato nel corso di una telefonata del 28 dicembre tra Michael Flynn, nominato da Trump consigliere per la sicurezza nazionale, e l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislak”.

Il Campidoglio e quei 30 milioni regalati a Scarpellini per largo Loria

L’indagine che ha portato all’arresto dell’ex-consulente della giunta Raggi Raffaele Marra e dell’immobiliarista Sergio Scarpellini è anche emerso che il Comune di Roma ha pagato per quasi otto anni cifre shock a Sergio Scarpellini per l’affitto del palazzo di Largo Loria, a Roma, di proprietà dell’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti.

L’Inpgi aveva affittato questi locali a Scarpellini a 2,1 milioni e l’immobilirasti li ha subaffittati a 5,5 più Iva al Comune, mettendosi in tasca 30 milioni in totale.

Sul Corriere della Sera Sergio Rizzo ripercorre dagli inizi la storia di questa operazione poco trasparente:

“Lo stabile di Largo Loria è di proprietà dell’Inpgi da poco meno di mezzo secolo. Per quarant’anni è stato affittato all’Enel, al prezzo di 1,8 milioni di euro l’anno. Nel 2005 però la compagnia elettrica decide di lasciarlo e l’Inpgi si mette alla ricerca di un nuovo affittuario. Si fanno avanti in tanti: dal ministero dell’Agricoltura all’Enac, al Formez. Ma la ristrutturazione costa cara e nessuno conclude. Finché alla fine del 2005 spunta Scarpellini, da anni l’affittuario a carissimo prezzo degli uffici degli onorevoli alla Camera e al Senato, che offre addirittura 300 mila euro di più. Sembra un affarone. Il contratto d’affitto viene firmato dal presidente dell’Inpgi Gabriele Cescutti il 12 dicembre di quell’anno, ma con il pagamento del canone a partire dall’inizio del 2007 considerando il costo necessario all’adeguamento dello stabile. Di più: a Scarpellini è concessa la possibilità di subaffittarlo. E qui iniziano le stranezze, i misteri e le domande”.

E c’è a questo punto un’importante domanda da porsi: perché il Comune di Roma non si rivolge direttamente al proprietario per l’affito dei locali? Non sapevano del canone pagato da Scarpellini all’Inpgi?

Ma anche se fosse, chi e come ha fatto a considerare congrua una spesa così abnormemente superiore? si chiede Rizzo. Tutte domande senza risposta su cui la procura vuole vederci chiaro.

Anche perché “alla cifra vanno poi sommati i servizi di portineria, commessi e pulizie, per un totale di ben oltre i 9 milioni. Non può mancare in tutto questo un altro particolare sconcertante: i posti auto. Ne servono 80, e siccome il garage è trasformato dall’Enel in mensa, l’Inpgi cede in uso a Scarpellini il piano interrato di un altro palazzo a fianco sempre di sua proprietà. Costo per il Comune, 800 mila euro l’anno: 10 mila euro a posto macchina. Per un garage quasi sempre vuoto”.

Insomma, un’altra vergogna senza fine, tutta italiana. E a pagarne le spese come al solito sono i cittadini.

Non paga l’Iva, il giudice lo assolve: ‘Evasione di sopravvivenza’

Secondo i giudici della Cassazione, lo Stato – responsabile delle difficoltà economiche dei cittadini – non può obbligare a pagare le tasse chi vanta crediti verso lo Stato.

E’ quanto è successo a Corrado C., manager di una azienda di costruzioni. Il trubinale di Pescara aveva disposto il sequestro dei beni della sua azienda per omesso versamento dell’Iva. Corrado C. non pagò 170mila euro nel 2011, dopo che dal 2005 il manager ogni anno cercava di contrattare con Equitalia la rateizzazione delle sue cartelle fiscali.

Se gli avessero sequestrato i beni, il manager avrebbe dovuto chiudere la propria azienda. Ma poi a salvarlo è stata una sentenza della Cassazione. Ne parla Giuseppe De Lorenzo sul Giornale:

“Il sequestro dei beni avrebbe fatto chiudere l’azienda. Così, oltre al danno di non vedersi pagati i crediti con le Pa e il calvario giudiziario, sarebbe arrivata anche la beffa dell’addio all’impresa. Ma la Cassazione ha deciso che quella di Corrado C. è stata una “evasione di sopravvivenza”, ovvero uno dei casi in cui si decide di non pagare le tasse per evitare di dover mettere il lucchetto ai portoni della propria azienda”.

Ma il dramma è che quanto accaduto a Corrado C. non è un caso isolato:

“Dal 2008 sono 15mila le imprese italiane che hanno accumulato crediti mai riscossi con lo Stato. Di queste ben 4 mila nel 2011, l’anno in cui Corrado C. non ha pagato l’Iva per cui era finito sotto indagine, sono andate al fallimento”.

‘Il prelievo forzoso è illegittimo’: la Consulta boccia la manovra Monti

Ci sono voluti quasi 5 anni per capirlo, ma alla fine la giustizia ha trionfato.

Il prelievo forzoso dalle casse di previdenza dei professionisti, introdotto con la spending review del 2012 varata dal governo tecnico guidato da Mario Monti, è stato dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale.

Il professore ed ex-premier nel giugno 2012 varò una legge sulla spending review che causò gravi danni a molti cittadini. Tra le norme c’era anche quella che colpiva la Cassa nazionale di previdenza e assistenza dei dottori commercialisti.

La Consulta ha decretato l’illegittimità questa norma perché “la scelta di privilegiare, attraverso il prelievo, esigenze del bilancio statale rispetto alla garanzia, per gli iscritti” all’Ente di “vedere impiegato il risparmio di spesa corrente per le prestazioni previdenziali non è conforme né al canone della ragionevolezza, né alla tutela dei diritti degli iscritti alla Cassa, garantita dall’art. 38 della Costituzione”.

Secondo la Consulta, inoltre, l’art. 3 della Carta “risulta violato per l’incongrua scelta di sacrificare l’interesse istituzionale” della Cassa “ad un generico e macroeconomicamente esiguo impiego nel bilancio statale”.

Ora si apre uno spazio per la richiesta di un rimborso che potrebbe aprire una falla di circa 10 milioni di euro sui conti pubblici.

Nel 2015, secondo dati Adepp, sono stati dati all’Erario “10 milioni 777.468 euro”. Adesso, riferisce il presidente della Cassa forense Nunzio Luciano, “possiamo chiedere il rimborso del pregresso versato”.

Sull’uso dei voucher bisogna dire la verità

Il Bisturi di Clairemont Ferrand: Sull’uso dei voucher

La CGIL promuove il referendum contro i voucher ma li usa a manetta e scrive una mail interna per raccomandare di raccontare alla stampa che si tratta di casi isolati: l’ipocrisia al potere!

Questo sindacato, anzi l’élite di essi che ormai si autoperpetua, fa parte dell’establishment italiano da sempre, solo che fino alla fine degli anni ’60 ha svolto un ruolo formidabile, e per qualche tempo in solitudine, a favore dei più deboli, mentre ora difende solo chi è più garantito mentre fa finta di difendere quelli che davvero hanno bisogno di essere tutelati e difesi, chi è senza lavoro.

Da questo punto di vista è emblematica la posizione assunta pubblicamente sui voucher e quella praticata segretamente: Giuseppe Di Vittorio, grande e amatissimo capo sindacale dei primordi sta soffrendo terribilmente nella tomba al vedere come si comportano i suoi successori.

Ora bisogna dire la verità sui voucher: essi sono insostituibili per i lavori DAVVERO sporadici e occorre onestamente dire che sia stata fatta una buona innovazione, l’alternativa ad essi è il nero.

Prendete le persone persone coinvolte per la preparazione di un concerto: il lavoro dura qualche giorno, il contratto a tempo determinato non ha senso usarlo né si potrebbe, quindi prima che esistessero i voucher queste persone venivano pagate in nero. L’innovazione e l’uso corretto dei voucher sono buoni, mentre sono da combattere risolutamente l’abuso.

Del resto combattere l’abuso non è difficile: le pratiche obbligatoriamente si fanno on Line, basta mettere nel sistema un alert su quella partita quando l’uso dei voucher appare chiaramente anomalo e fare una verifica. La verità però è che finora ha fatto comodo al governo precedente non dissuaderne l’abuso in quanto questo era utile a far apparire che l’occupazione aumentava è che la disoccupazione diminuiva, consentendo all’ISTAT di pubblicare statistiche sul piano formale corrette ma farloche sul piano sostanziale.

La cosa più seria da fare è quindi non buttare il bambino con l’acqua sporca e salvare il buono dell’introduzione dei voucher e non rendere possibile alcun abuso.

La cosa peggiore che possa fare un movimento politico serio è quella di trovarsi nella stessa situazione di stomachevole ipocrisia della CGIL.

Immigrato schiaffeggia controllore sul treno: denunciato

L’immigrazione irregolare può causare gravi problemi sociali. Problemi che spesso vengono nascosti o minimizzati dai media.

Oggi è accaduto un vergognoso episodio ai danni di un controllore, schiaffeggiato da un immigrato a bordo di un convoglio della linea ferroviaria della Circumvesuviana. Lo riporta Il Mattino:

“Un extracomunitario di 33 anni, originario del Senegal, venditore ambulante, in Italia senza fissa dimora e non in regola con le norme sull’immigrazione, ha schiaffeggiato un controllore in servizio su un convoglio della Circumvesuviana a Portici.

I motivi sono ancora in corso di accertamento ma verosimilmente riconducibili – secondo i carabinieri della stazione di Portici che sono intervenuti e hanno denunciato l’uomo – al fatto che fosse senza biglietto. Lo schiaffo ha procurato al controllore della Circumvesuviana contusioni che i medici hanno diagnosticato guaribili in due giorni.

Lo straniero era stato raggiunto più di un anno fa da un decreto di espulsione che aveva disatteso”.

Il responsabile dell’accaduto si trovava in Italia nonostante fosse stato espulso. Ma si sa, in Italia la vergogna non ha mai fine, e il governo non si preoccupa dei danni che questa situazione fuori controllo può causare ai suoi cittadini.

Noi invece sì. Perciò denunciamo questo episodio e chiediamo a chi di dovere di intervenire per risolvere questo grave problema.

‘La banda dei disonesti’: di Marco Travaglio

Riportiamo di seguito l’editoriale di Marco Travaglio del 5 gennaio 2017:

“Avete finito di ridere per le polemiche dei partiti contro il Codice etico dei 5Stelle al grido di “siamo tutti uguali”? Mettetevi comodi, perché si ricomincia. Forza Italia e la sua bad company Ncd (Nuovo centro detenuti) un Codice etico non ce l’hanno, per la stessa ragione per cui non l’avevano la Banda della Magliana e il Clan dei Marsigliesi – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 5 gennaio 2017, dal titolo “La banda dei disonesti” –. Invece il Pd ce l’ha. Art. 2: “Le donne e gli uomini del Partito democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà e alla sobrietà… Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere”. Art. 5: “…si impegnano a non candidare, a ogni tipo di elezione, anche di carattere interno al partito” e a far dimettere i rinviati a giudizio, gli arrestati e i condannati anche non definitivi per “reati di criminalità organizzata, terrorismo, armi, droga, sfruttamento della prostituzione e omicidio colposo per inosservanza delle norme sulla sicurezza sul lavoro”, per “corruzione e concussione” e per altri “fatti di particolare gravità” valutati caso per caso dai probiviri.

Per il M5S l’incandidabilità e le dimissioni scattano sempre con la condanna in primo grado, ma Grillo e i probiviri possono deciderle anche prima; e sono automatiche anche per chi la fa franca per prescrizione (sempre rinunciabile nel processo dall’imputato che vuol essere assolto nel merito), mentre il Pd è pieno di prescritti. Il M5S non fa distinzioni di reati (esclusi, si spera, quelli di opinione), mentre il Pd ne cita solo alcuni e quasi tutti –tranne gli ultimi due – non proprio tipici del pubblico amministratore: se uno non è mafioso, terrorista, trafficante d’armi, spacciatore di droga, pappone, assassino, concussore o corrotto, può candidarsi e restare al suo posto. Invece per i delitti più tipici, cioè finanziamento illecito, peculato, falso, truffa, abuso d’ufficio, abuso edilizio, turbativa d’asta, frode ed evasione, inquinamento, nessun problema.

L’unico punto dove il Pd è più severo è sull’incandidabilità dei rinviati a giudizio (sempre per quei pochi reati). Ma solo sulla carta, perché poi il suo Codice non lo rispetta. Nel 2015 Vincenzo De Luca fu eletto governatore della Campania pur essendo incandidabile per lo stesso Codice Pd: nella sua collezione di rinvii a giudizio, ce n’era uno per corruzione e concussione (processo Sea Park, poi finito in assoluzione). Per questo, forse, oggi il Pd e i suoi house organ bollano il Codice M5S come “salva-Raggi” (che non ha bisogno di salvarsi da nulla: non è indagata e nemmeno prima gli indagati M5S dovevano dimettersi).

Quando devono salvare uno dei loro, i piddini non modificano il loro Codice etico, ma si limitano semplicemente a ignorarlo. In base a quello dei 5Stelle, De Luca avrebbe dovuto dimettersi già nel 2010, quando intascò la prescrizione in appello, dopo essere stato condannato in primo grado per smaltimento illecito di rifiuti sulla discarica abusiva e inquinante di Ostaglio. Reato ambientale come quello contestato all’assessora Paola Muraro. Ma molto più grave, visti i danni alla salute di 50 mila cittadini salernitani che, quando la discarica abusiva andò in fiamme, respirarono la nube tossica. Eppure la Muraro s’è dimessa appena raggiunta dall’invito a comparire.

De Luca invece è ancora lì, con la sua bella condanna prescritta. Il che dovrebbe suggerire a chi dice ai 5Stelle “siete come noi” un minimo di prudenza, o almeno di pudore. Ma un partito che respinge “una gestione oligarchica o clientelare del potere” non avrebbe bisogno di indagini giudiziarie per mandare a casa De Luca. Dovrebbe bastare l’audio del suo comizio di novembre davanti a 300 amministratori campani, istigati a “fare clientela organizzata, scientifica, razionale come Cristo comanda” per portare migliaia di Sì al referendum in cambio dei “fiumi di soldi” in arrivo dal governo.

Qui purtroppo manca lo spazio per citare i cento e più pidini inquisiti, imputati, condannati e prescritti in Parlamento, al governo e negli enti locali. Basta e avanza, per smentire la leggenda del “tutti uguali”, quel che è accaduto a Palermo per le firme ricopiate sulla lista dei 5Stelle alle Comunali 2012: caso che troneggiò in prima pagina per settimane, diversamente da quelli delle firme false dei partiti in tutt’Italia (a Bergamo il presidente Pd della Provincia ha addirittura patteggiato per firme false). I deputati indagati Nuti e Mannino sono stati sospesi dai probiviri M5S non tanto e non solo perché sotto inchiesta, ma perché si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti ai pm. Il che è un loro sacrosanto diritto di cittadini, ma anche “un comportamento non conforme ai principi del Movimento”.

Un politico che si professa innocente deve correre dal pm, perché ha doveri di trasparenza supplementari rispetto ai passanti. Negli stessi giorni, al processo Mafia Capitale (non su firme ricopiate, ma su gravissimi fatti di criminalità organizzata e malaffare), il governatore Pd del Lazio Nicola Zingaretti, indagato per due corruzioni con richiesta di archiviazione, e altri esponenti dem si avvalevano della facoltà di non rispondere. E tutti zitti. Le parlamentari Pd Micaela Campana e Daniela Valentini invece rispondevano, ma con una tale serie di bugie e “non ricordo”da indurre i pm a chiedere gli atti per falsa testimonianza. E tutti zitti. In compenso il sindaco Ignazio Marino fu sfiduciato per qualche cena a spese del Comune. E la consigliera comunale Nathalie Naim, nota per le battaglie anti-abusivismo, è stata buttata fuori dalla lista Giachetti perché indagata per diffamazione su querela dei bancarellari del Tevere. Mica si chiama De Luca, la manigolda.”

L’odio scatenato dai media contro Trump sarà un boomerang

Il Bisturi di Clairemont Ferrand: L’odio scatenato dai media contro Trump sarà un boomerang

Vediamo i fatti succeduti uno dopo l’altro in tempi brevissimi.

1) Andrea Bocelli rifiuta di esibirsi in occasione dell’insediamento di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti (ora più disuniti che mai) perché avrebbe sentimenti xenofobi

2) Stefano Gabbana ringrazia pubblicamente Melania per avere indossato un capo D&G, apriti cielo: contro di lui si scatena sull’web una tempesta di fuoco immane perché reo di aver avuto un atteggiamento da imprenditore che ringrazia un cliente famoso

3) Il trio musicale Volo rifiuta anch’esso la propria esibizione per l’insediamento di Trump perché lui avrebbe convincimenti etici in netta contrapposizione ai loro.

Il quadro non sarebbe completo se perdessimo di vista l’attivismo di Barack Obama, fino pochissimi giorni prima dell’insediamento del nuovo Presidente: mai successo prima qualcosa del genere, in quanto il passaggio delle consegne tra chi lascia la carica e chi l’assume era semplicemente considerato un passaggio burocratico. Gli attacchi veementi contro Trump da parte di Obama non hanno nulla di razionale ma sono dettati da odio viscerale così profondo da allontanare ogni giustificazione ragionevole.

Tutto l’establishment politico e mediatico americano e affiliazione scondinzolante europea non perdona a Donald Trump di averli irrisi dimostrando che il loro delirio di onnipotenza poteva essere sconfitto da uno proveniente da fuori del loro mondo chiuso e solo ipocriticamente aperto.

Dispiace che degli artisti si prestino a manovre politiche destinate a fallire miseramente.

Ma senza quel mondo mediatico che li sostiene che sarebbero? Ritornerebbero al nulla da dove prevengono!
Non hanno esitato a vendere la propria anima per la loro carriera e quindi non meritano alcuna stima ma solo disprezzo.

In ogni caso quest’ostracismo con la bava alla bocca non andrà da nessuna e avrà lo stesso risultato di quello che è stato praticato durante la campagna elettorale: sarà un boomerang!

Banalmente, l’odio viscerale e irrazionale non può produrre i risultati che si aspettano quelli che lo praticano ma li produce esattamente contrari alle loro attese, per le quali hanno speso tante energie in maniera disordinata e ossessiva è controproducente.

La più grande rapina di tutti i tempi a danno delle famiglie italiane

Ci avevano detto che avremmo lavorato un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più.

E invece no: oggi siamo più poveri che mai. E non è accaduto neanche il contrario: non possiamo lavorare di più per guadagnare di più perché la disoccupazione è alle stelle.

L’introduzione dell’euro è stata “la più grande rapina di tutti i tempi a danno delle famiglie italiane,” denunciano oggi Adusbef e Federconsumatori, associazioni per la difesa dei consumatori.

La moneta unica, spiegano Elio Lannutti dell’Adusbef e Rosario Trefiletti di Federconsumatori, è stata per noi “un vero inferno, una rovina per lavoratori e ceto medio impoverito, un paradiso per speculatori, banchieri, assicuratori, monopolisti dei pedaggi, elettrici e del gas, e di tutti coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, al riparo dei controlli di contigue autorità, che invece di verificare la congruità dei rincari, andavano a braccetto con i rapinatori seriali”.

Il tasso di cambio euro-lira ha portato via 14.955 euro dalle tasche delle famiglie italiane:

“L’effetto trascinamento del cambio lira-euro entrato in vigore dal 1.1.2002 (1.000 lire= 1 euro), con lo sciagurato tasso di cambio fissato a 1.936,27 lire ad euro (invece di un giusto tasso di 1.300 lire max per 1 euro), ha svuotato le tasche delle famiglie italiane, al ritmo di 997 euro l’anno di rincari speculativi, per un conto finale di 14.955 euro pro-capite negli ultimi 15 anni”.

E chi prima apparteneva alla classe media oggi affolla le mense della Caritas.

L’invito delle due associazioni è di rinegoziare i Trattati europei, che sono stati disegnati da una ristretta cerchia di soggetti che decidono dei destini del mondo.

Bisogna capovolgere il “modello di Europa a misura di eurocratii e banchieri, che hanno distrutto la ricchezza delle famiglie, per ingrassare i soliti manutengoli del potere economico, anche a costo di essere definiti, dal cerchio magico delle élites che rappresentano solo loro stessi, con l’appellativo di ‘populisti’, ossia coloro che tutelano il popolo ed i consumatori oppressi dai banchieri centrali e dalla finanza criminale”.

Poiché l’euro, concludono Lannutti e Trefiletti, “ha rappresentato la piu’ grande rapina, la rovina del secolo che ha impoverito grandi masse di lavoratori e pensionati, artigiani, piccoli imprenditori, partite Iva, famiglie”.

Rilanciamo questo appello e invitiamo i nostri lettori a fare altrettanto condividendo l’articolo sui social network e inoltrandolo via mail. Facciamolo per i nostri figli e per l’Italia.

Si va verso elezioni: Renzi pronto ad abbattere Gentiloni

Prepariamoci. A breve ci saranno nuove elezioni.

I parlamentari potrebbero maturare il vitalizio se si concludesse la legislatura. Ma Matteo Renzi non avrebbe vantaggi. Anzi: più tardi si va a votare, maggiore è la probabilità di consegnare il Paese ai 5 Stelle.

Come spiega Il Giornale, l’ex-premier è pertanto pronto a staccare la spina al governo Gentiloni:

“A far scattare il countdown è stato il presidente del Pd Matteo Orfini che ieri – in un’intervista al Corriere della Sera ha indicato, con un’invasione istituzionale senza precedenti, la strada per portare l’Italia al voto e chiudere l’esperienza dell’ex ministro degli Esteri a Palazzo Chigi. Il presidente dei democratici ha delegittimato l’esecutivo in carica, sottolineando come «la legislatura sia già terminata, politicamente, il 4 dicembre». Orfini è andato oltre le sue prerogative, arrivando fino ad ipotizzare due scenari: il voto a giugno in caso si giunga all’approvazione di una nuova legge elettorale ma se non dovesse esserci un accordo tra i partiti, si potrebbe, addirittura, anticipare la data del voto ad aprile con un sistema elettorale che tenga conto delle indicazioni che arriveranno dalla Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sull’Italicum il 24 gennaio”.

Parole che, scrive Pasquale Napolitano sul Giornale, “segnano l’inizio di una manovra di accerchiamento e logoramento per Gentiloni sempre più isolato a Palazzo Chigi”.

Aspettiamoci un 2017 ricco di sorprese: se si va al voto potremmo vedere la fine di questo sistema corrotto.