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Poletti: ‘Contratti a tempo indeterminato cresciuti nel 2016’. Ma per l’INPS c’è un crollo del 37,6%

Una cosa è certa: tra il governo Renzi e il governo Gentiloni c’è continuità.

Continuità nell’essere incapaci di creare posti di lavoro e nascondere questo dramma agli italiani.

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (lo stesso che a dicembre disse che era meglio “non avere i giovani in fuga dall’Italia più tra i piedi”) ieri ha dichiarato che “i contratti a tempo indeterminato hanno continuato a crescere anche nel 2016″, aggiungendo però che sono “cresciuti ad un ritmo inferiore rispetto al vero e proprio boom 2015”.

Detto così, la misura del governo sembra tutto sommato positiva.

Ma a noi è venuto un dubbio. Conoscendo questi personaggi che sono al governo siamo andati a cercare i dati dell’INPS. Ed ecco la realtà dei fatti:

“I contratti a tempo indeterminato sono stati nel 2016 763.000 in meno del 2015, con un crollo del 37,6%. Lo si legge nell’Osservatorio Inps sul precariato in cui si spiega che la riduzione segue il “forte incremento registrato nel 2015, anno in cui si poteva beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per tre anni”, riporta l’ANSA.

La misura del governo, quindi, è stata un fiasco. Ma Poletti ci racconta che i dati diffusi dall’Inps “confermano che gli interventi di questi ultimi anni hanno determinato un miglioramento complessivo del mercato del lavoro”.

Ma allora perché la disoccupazione giovanile è al 40%?

In caso di uscita dall’euro la lira si rivaluterebbe – Lo studio di Fitoussi

In caso di uscita dall’euro l’Italia sarebbe il Paese che sopporterebbe meglio il trauma, la lira si rivaluterebbe dell’1% e la gestione del debito pubblico non sarebbe a rischio.

Uno studio dell’istituto di ricerca francese Ofce condotto dall’economista Jean-Paul Fitoussi smonta quanto affermato dai media per anni: se dovessimo abbandonare la moneta unica non sarebbe un disastro per il nostro Paese.

Spiega Marcello Bussi su Milano Finanza:

“Se l’Italia uscisse dall’euro, la nuova lira si svaluterebbe del 30 per cento, avverte Mediobanca . Una disgrazia per l’inflazione, che salirebbe alle stelle, l’unanime commento. Ma qualcuno pensa che invece la valuta italica rimarrebbe stabile. Più precisamente, si rivaluterebbe dell’1%. Nemmeno Matteo Salvini avrebbe il coraggio di spararla così grossa. Eppure questo è il risultato di uno studio autorevolissimo prodotto dall’Ofce, l’Osservatorio francese della congiuntura economica. Per chi non lo sapesse, l’Ofce è stato fondato nel 1981 dall’allora premier Raymonde Barre, finanziato dallo Stato francese e affiliato alla mitologica università di Sciences Po, dove si forma una parte consistente dell’élite transalpina. Per vent’anni ne è stato presidente l’economista Jean-Paul Fitoussi, che attualmente è direttore della ricerca. Insomma, quanto di più lontano da Marine Le Pen. E dal punto di vista accademico tutte le carte sono più che in regola”.

L’Italia, emerge dalla ricerca francese, “non corre nessun rischio di andare in default nel caso di uscita dall’euro. E, una volta esauriti gli effetti speculativi a brevissimo termine, la lira si rivaluterebbe dell’1% sull’euro”.

In conclusione, l’uscita dall’euro andrebbe a vantaggio delle imprese italiane, e a danno delle esportazioni tedesche:

“Rispetto al marco tedesco, quindi, la lira perderebbe il 13%, un bel toccasana per le imprese esportatrici senza dover tagliare ulteriormente i salari. E nei confronti del franco francese la lira si rivaluterebbe addirittura del 10%. Rispetto alla dracma greca si rafforzerebbe del 37% rendendo super economiche le vacanze in terra ellenica e del 9% nei confronti della peseta spagnola. Certo, sarebbero più cari del 14% i soggiorni ad Amsterdam. Ma è davvero niente rispetto alle catastrofiche previsioni di iper inflazione e bancarotta fatte dalla stragrande maggioranza degli economisti. Le conclusioni dell’Ofce vanno quindi contro il senso comune, ma l’istituto di ricerca ha un prestigio tale che non ha bisogno di farsi pubblicità sparandole grosse”.

‘Monti sbagliò, Morgan Stanley paghi 3 miliardi’ Così hanno svenduto l’Italia alle banche

Altro che polizze. In Italia ci sono contratti segreti con clausole ignote a chi dovrebbe gestirli, ovvero lo Stato. Eppure nessuno ne parla.

Si tratta, rivela l’Espresso, di “un suicidio finanziario a cui l’Italia si è sottoposta”, accettando di incassare alcune decine di milioni di euro come contropartita di contratti che, nel giro di pochi anni, l’hanno poi costretta a sborsare trenta volte tanto.

Ovvero, i governi hanno giocato con i soldi degli italiani, e ci hanno rimesso decine di miliardi di euro, obbligandoci a manovre di lacrime e sangue che hanno messo in ginocchio l’economia italiana.

Il Tesoro sottoscrisse strumenti derivati con alcune banche internazionali che ci costano ogni anno “un flusso ininterrotto di perdite miliardarie”, spiega Luca Piana sull’Espresso, che ha pubblicato “i contenuti di un pacchetto di contratti che nei primi giorni del 2012 misero il governo di Mario Monti con le spalle al muro, costringendolo a versare 3,1 miliardi di euro nelle casse della banca americana Morgan Stanley”.

Ma cosa sono i derivati?

Sono strumenti che “permettono a chi li sottoscrive di muovere cifre enormi, impegnando un capitale iniziale ridotto. Possono avere una loro utilità, se concepiti per proteggersi dagli scossoni dei mercati. Ma possono anche rivelarsi estremamente rischiosi, se utilizzati con un fine speculativo. Di qui gli interrogativi che sono nati sull’operato del Tesoro: soltanto nel quinquennio dal 2011 al 2015, stando agli ultimi dati noti, i derivati hanno avuto un impatto negativo sui conti pubblici di 23,5 miliardi di euro, fra interessi netti pagati alle banche e altri oneri connessi. E ancora: gli ultimi conteggi disponibili dicono che gli strumenti tuttora in essere nel portafoglio del Tesoro presentano perdite potenziali per ulteriori 36 miliardi di euro”.

Il calvario a cui ci hanno costretto potrebbe non essere finito e, se non fosse per questo rischio, il governo eviterebbe la manovra da 3,4 miliardi di euro che Bruxelles ha chiesto a Roma.

E ora, riporta Il Giornale, la Procura della Corte dei Conti del Lazio ha contestato alla banca americana Morgan Stanley e al ministero dell’Economia un danno erariale di oltre 4,1 miliardi di euro.

I responsabili pagheranno?

Benzina: stangata da 5 miliardi dal 2011 al 2016. Tasse e accise sono il 65,22% del prezzo finale

Quando non riescono a raccattare soldi per far quadrare i conti pubblici tassano la benzina. Un classico.

Secondo quanto emerge da una ricerca del Centro Studi ImpresaLavoro negli ultimi 5 anni ci hanno imposto una tassa occulta da 5 miliardi di euro.

Ma, a quanto pare, la stangata non è ancora finita. Qualche settimana riportavamo che è molto probabile un ulteriore aumento delle accise sul carburante.

Una manovra, questa, da evitare, dato che il prezzo della benzina in Italia è già altissimo, il terzo più caro in Europa:

“Con 1,5437 euro al litro, il costo del nostro carburante è del 11,52% più alto di quello della media europea: il pieno in Italia costa il 9,27% in più rispetto alla Francia e il 10,50% in più rispetto alla Germania. Peggio di noi in Europa fanno soltanto Olanda e Grecia con un costo al litro rispettivamente di 1,5720 e 1,5460 euro,” leggiamo su Lanotiziagiornale.it.

E tasse e accise costituiscono il 65,22% del prezzo finale della benzina:

“Il prezzo pagato dai consumatori finali risente fortemente della componente relativa a tasse e accise. Nel nostro Paese il prelievo statale rappresenta il 65,22% del prezzo finale contro il 62,34% della media europea e il 54,45% della Spagna, il 62,82% della Germania e il 63,34% della Francia”.

Quando facciamo il pieno, pensate un po’, paghiamo anche per finanziare la Guerra in Etiopia del 1936:

“Attualmente incidono sul prezzo del carburante ben 17 diverse accise, deliberate dal 1935 ad oggi. Paghiamo con la benzina le voci di spesa più disparate: dalla Guerra di Etiopia all’acquisto di autobus ecologici; dal Rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 all’emergenza migranti causata dalla crisi libica. Senza dimenticare che attraverso l’aumento delle accise si sono affrontate le principali emergenze italiane: dal più recente terremoto in Emilia (2012) fino ai terremoti in Friuli (1976) e Irpinia (1980) o alle alluvioni di Firenze (1966) e Liguria (2011). In molti casi si tratta chiaramente di voci di emergenze concluse ma su cui comunque continuiamo a versare allo stato importanti risorse ogni qualvolta facciamo il pieno di benzina alla nostra auto”.

Con le accise – commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro – il governo effettua “un prelievo straordinario e giustificato spesso da emergenze contingenti che finisce per trasformarsi in una tassa perenne, silenziosa e per questo meno dibattuta ma che incide sui bilanci delle famiglie italiane indipendentemente dal loro reddito e, quindi, con poca equità”.

Manovra confermata: aumentano benzina e gasolio

Quando i soldi non si trovano, a pagare sono sempre i cittadini.

Come riporta il quotidiano Il Tempo “a pagare saranno automobilisti e fumatori visto che con elevata probabilità aumenteranno le accise su benzina e tabacchi”.

Già a gennaio abbiamo visto un aumento delle quotazioni di benzina e gasolio, ma potrebbe esserci di peggio, come spiega Investire Oggi:

“I conti pubblici non quadrano. Le mance elettorali pre-referendarie del governo Renzi, come da previsioni, hanno esitato un “buco” da 3,4 miliardi di euro, lo 0,2% del pil. A tanto ammonta, secondo i calcoli della Commissione europea, la differenza tra il deficit concordato per quest’anno tra Roma e Bruxelles e quello che, in assenza di correzioni, l’Italia registrerebbe a fine 2017. Per questo, i commissari non si sono accontentati della promessa del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, di varare una manovra con la presentazione del Def a marzo, pretendendo che l’aggiustamento fiscale arrivi prima, altrimenti resta probabile l’apertura di una procedura d’infrazione per debito eccessivo, la prima della storia. E se correzione deve essere, ecco arrivare una stangata su automobilisti e fumatori, attraverso l’aumento delle accise sulla benzina, gli altri carburanti e le sigarette”.

Ancora nuove imposte da aggiungere a tariffe che sono già altissime.

La benzina in media (tra distributore self service e servito) la quota 1,594 al litro e il gasolio è a 1,440

120 euro in più in bolletta per un nuovo contatore inutile

“E-distribuzione sta provvedendo a lanciare il suo piano di sostituzione dei contatori con i “2G”. Si tratta di 32.000.000 di contatori da sostituire: e bisogna tenere conto che la stessa Enel ha terminato da poco la “vecchia” campagna di sostituzione che era iniziata nel 2001. Stiamo parlando di una quantità abnorme di utenze. Bisogna ricordare che l’Autorità riconosce al distributore (in questo caso ENEL) un costo per la sostituzione dell’apparecchiatura, che dovrebbe aggirarsi sui 120 euro ad apparecchio. Moltiplicato per 32 milioni di utenze ammonta all’abnorme cifra di 4 miliardi di euro.

E poi, trascorsi 15 anni, facciamo fatica a immaginare che il nostro Paese debba puntare a sostituire il parco attuale con qualcosa che tecnologicamente non sarà nemmeno in grado di trasmettere una lettura ogni 15 minuti, e che assolutamente non è in grado di fornire un consumo istantaneo, tanto da poterlo connettere con dispositivi di smart home o smart city.

Questa sostituzione, che sarà pagata in bolletta da tutti i consumatori, che benefici porterà all’utente? Pensiamo all’utente medio, ai pensionati, alle famiglie alle prese con mille problemi: a loro questa sostituzione non servirà a nulla. Ma c’è di più: questa sostituzione non servirà nemmeno all’ipotetico nipote della signora pensionata perché, anche se fossimo di fronte a una persona tecnologicamente aggiornata e molto attenta a verificare i consumi domestici, non riuscirà a connettersi direttamente con i dati forniti dal contatore, perché tale contatore al momento non riesce a dialogare con nessuna interfaccia esterna. Pertanto, se l’utente volesse conoscere i suoi consumi istantanei per gestirli al meglio, e massimizzare magari l’impianto fotovoltaico che ha sul tetto per consumare tutta l’energia che produce, non potrà di certo utilizzare il nuovo contatore.

Ma quindi a chi servirà l’installazione di questo nuovo contatore? Purtroppo, nel paese dove regna a tutti i livelli il conflitto di interessi, la risposta è scontata. Anche in questo caso, infatti, il controllore è il controllato, e la verifica sul corretto funzionamento delle apparecchiature rimane in capo allo stesso distributore e proprietario dell’apparecchiatura. Ci chiediamo se alla luce dei recenti black out in Centro Italia, non sia di maggior priorità investire e ammodernare le linee di distribuzione, piuttosto che caricare di costi le bollette dei cittadini senza averne un beneficio. Infine, ma non in ultimo, un altro problema: il sistema di misura. Il Ministero dello Sviluppo economico ad oggi non ha ancora definito un sistema di misura”.

Intervento di Davide Crippa, Commissione Attività produttive M5S, pubblicato su Beppegrillo.it

Con l’Italia fuori dall’euro si risparmiano 8 miliardi – Lo studio segreto

La grande finanza si prepara all’Italia fuori dall’euro.

Il giornalista Nicola Porro ha potuto leggere uno studio segretissimo realizzato da Mediobanca per i propri migliori clienti in cui si tracciano costi e vantaggi dell’eventuale uscita dalla moneta unica dell’Italia.

La mancata crescita del Pil rende impossibile ripagare il debito, che dovremo rinegoziare: ancora non si sa come, ci sono diverse opzioni.

Una cosa però è certa: più tardi l’Italia sarà fuori dall’euro, più i costi aumenteranno.

Con l’Italia fuori dall’euro si risparmiano 8 miliardi

Nello scenario di Mediobanca che si concentra su cosa succede al nostro debito, spiega Porro, si fanno delle ipotesi stringenti:

“La prima prevede che non si cambi la valuta (cioè i rimborsi continuino a essere fatti in euro) per circa 900 miliardi del nostro debito pubblico, che è stato emesso recentemente e che è vincolato a degli accordi europei chiamati Cac. Insomma in circolazione è come se ci fossero due tipi di titoli di Stato italiano: quelli nuovi non si toccano, i vecchi si rimborserebbero in lire.

La seconda ipotesi, scontata, è che la Banca d’Italia si riprenda la sua sovranità.

E la terza ipotesi è che la lira si svaluti del 30 per cento, e proprio per questo motivo renda più conveniente il rimborso del debito”.

E il ritorno alla lira consentirebbe un risparmio di 8 miliardi nell’immediato:

“Il conto finale è che il passaggio dall’euro alla lira ci farebbe subito avere un risparmio di 8 miliardi. Ma attenzione, dicono a Mediobanca, più passa il tempo e più si devono emettere nuovi titoli del debito pubblico (soggetti ai Cac) che non si potranno convertire in lire, e dunque ogni mese si erode il vantaggio di convertire il debito da euro in lire. Se questa operazione l’avessimo fatta nel 2013 avremmo avuto un vantaggio finanziario di 285 miliardi, oggi solo otto, nel 2017 saremmo in perdita”.

E allora subito usciamo subito dall’euro, prima che sia troppo tardi.

La più grande rapina di tutti i tempi a danno delle famiglie italiane

Ci avevano detto che avremmo lavorato un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più.

E invece no: oggi siamo più poveri che mai. E non è accaduto neanche il contrario: non possiamo lavorare di più per guadagnare di più perché la disoccupazione è alle stelle.

L’introduzione dell’euro è stata “la più grande rapina di tutti i tempi a danno delle famiglie italiane,” denunciano oggi Adusbef e Federconsumatori, associazioni per la difesa dei consumatori.

La moneta unica, spiegano Elio Lannutti dell’Adusbef e Rosario Trefiletti di Federconsumatori, è stata per noi “un vero inferno, una rovina per lavoratori e ceto medio impoverito, un paradiso per speculatori, banchieri, assicuratori, monopolisti dei pedaggi, elettrici e del gas, e di tutti coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, al riparo dei controlli di contigue autorità, che invece di verificare la congruità dei rincari, andavano a braccetto con i rapinatori seriali”.

Il tasso di cambio euro-lira ha portato via 14.955 euro dalle tasche delle famiglie italiane:

“L’effetto trascinamento del cambio lira-euro entrato in vigore dal 1.1.2002 (1.000 lire= 1 euro), con lo sciagurato tasso di cambio fissato a 1.936,27 lire ad euro (invece di un giusto tasso di 1.300 lire max per 1 euro), ha svuotato le tasche delle famiglie italiane, al ritmo di 997 euro l’anno di rincari speculativi, per un conto finale di 14.955 euro pro-capite negli ultimi 15 anni”.

E chi prima apparteneva alla classe media oggi affolla le mense della Caritas.

L’invito delle due associazioni è di rinegoziare i Trattati europei, che sono stati disegnati da una ristretta cerchia di soggetti che decidono dei destini del mondo.

Bisogna capovolgere il “modello di Europa a misura di eurocratii e banchieri, che hanno distrutto la ricchezza delle famiglie, per ingrassare i soliti manutengoli del potere economico, anche a costo di essere definiti, dal cerchio magico delle élites che rappresentano solo loro stessi, con l’appellativo di ‘populisti’, ossia coloro che tutelano il popolo ed i consumatori oppressi dai banchieri centrali e dalla finanza criminale”.

Poiché l’euro, concludono Lannutti e Trefiletti, “ha rappresentato la piu’ grande rapina, la rovina del secolo che ha impoverito grandi masse di lavoratori e pensionati, artigiani, piccoli imprenditori, partite Iva, famiglie”.

Rilanciamo questo appello e invitiamo i nostri lettori a fare altrettanto condividendo l’articolo sui social network e inoltrandolo via mail. Facciamolo per i nostri figli e per l’Italia.

Mps, pagheremo 108 euro a testa per salvare i debiti dei milionari

La vergogna non ha mai fine.

Non basta che in questo Paese i giovani non trovino lavoro e i pensionati non arrivino a fine mese. No.

Il governo ci accolla anche i debiti contratti con Mps da milionari come Emma Marcegaglia, l’amico di Berlusconi Don Verzè o, pensate un po’ a che livello siamo, da Giuseppe Garibaldi. Proprio lui, il patriota, non un omonimo.

Ma c’è di peggio. Sì, perché tra gli insolventi, riporta Libero, figurano la Sorgenia di Carlo De Benedetti, editore del quotidiano La Repubblica e tessera n.1 del Pd.

De Benedetti era anche proprietario di Sorgenia, impresa energetica che negli ultimi anni era entrata in crisi. Mps era esposta con Sorgenia per circa 600 milioni di euro e, invece che farla fallire, la banca senese preferì acquisirne le azioni. De Benedetti si salvò dal crac, ma Mps, spiega il servizio della Gabbia, per questa operazione nell’ultimo bilancio scontò una perdita di 36 milioni di euro.

Mps, pagheremo 108 euro a testa per salvare i debiti dei milionari

Mps è in crisi per colpa di 47 miliardi di “crediti deteriorati”, ovvero prestiti concessi a imprese e famiglie che la banca non è più sicura di recuperare.

E a dover pagare, come avrete intuito, saremo noi: un’altra stangata da 108 euro che pagheranno anche i neonati.

Dal primo gennaio aumentano i pedaggi autostradali

Ci mancava solo questa.

Qualche giorno fa ci hanno fatto sapere che nel 2017 arriverà una stangata da quasi 1.000 euro a famiglia. Ora apprendiamo la notizia che aumenteranno i pedaggi autostradali.

Passano gli anni ma la ricetta per risolvere la crisi non cambia: rincari, lacrime e sangue. Tutto a spese dei cittadini, perché i politici non ci rimettono un euro.

Riporta Adnkronos:

“L’incremento medio sull’intera rete (calcolato sulla base dei veicoli-km che si prevede saranno percorsi nell’anno 2017) risulta pari allo 0,77%. Tale valore, sottolinea il ministero delle Instratrutture e dei Trasporti, rimane contenuto in rapporto agli investimenti attuati.”

Di seguito tutti gli aumenti:

-Asti-Cuneo S.p.A. 0,00%;
-ATIVA (Torino Ivrea Valle d’Aosta) S.p.A. 0,88%;
-Autostrade per l’Italia S.p.A. +0,64%;
-Autostrada del Brennero S.p.A. 0,00%;
-Autovie Venete (Venezia-Trieste) S.p.A. +0,86%;
-Brescia-Padova S.p.A. +1,62%;
-Consorzio Autostrade Siciliane 0,00%;
-CAV S.p.A. +0,45%;
-Centro Padane S.p.A. 0,00%;
-Autocamionale della Cisa S.p.A. +0,24%;
-Autostrada dei Fiori S.p.A. 0,00%;
-Milano Serravalle Milano Tangenziali S.p.A. +1,50%;
-Tangenziale di Napoli S.p.A. +1,76%;
-RAV S.p.A. (Raccordo Autostradale Valle d’Aosta) +0,90%;
-Società Autostrada Ligure Toscana S.p.A. 0,00%;
-Società Autostrada Tirrenica p.A. +0,90%;
-Autostrade Meridionali (SAM) S.p.A. 0,00%;
-SATAP S.p.A. Tronco A4 +4,60%;
-SATAP S.p.A Tronco A21. +0,85%;
-SAV S.p.A. 0,00%;
-SITAF (A32 Torino-Bardonecchia) S.p.A. 0,00%;
-Torino-Savona S.p.A. +2,46%;
-Strada dei Parchi S.p.A. +1,62%;
-Bre.be.mi. +7,88%,
-Tangenziale Esterna di Milano A58+1,90%
-Pedemontana Lombarda +0,90%.