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La Finanza: il fratello di Alfano guadagna il doppio dei suoi pari grado

Della carriera lampo del fratello di Alfano alle Poste ne avevamo parlato in un altro articolo: 200mila euro all’anno senza mai firmare un documento.

Niente male, soprattutto se hai conseguito una laurea triennale in Economia a 34 anni.

Ma c’è di peggio, tant’è che la Finanza ha voluto vederci chiaro: Alessandro Alfano risulta il più pagato e quello che lavora di meno; il più giovane ed il meno qualificato.

Ne parla Giuseppe Scarpa su Repubblica:

“L’ascesa da supermanager in Poste di Alessandro Alfano – laurea triennale in economia conseguita a 34 anni – è tutta una contraddizione. Ne sono certi anche i finanzieri del gruppo valutario che nei giorni scorsi hanno depositato alla Corte dei Conti (il pm è Massimo Perin) l’informativa finale sul caso dell’assunzione di “Alfano jr”, 41 anni, fratello dell’attuale ministro degli Esteri Angelino Alfano. Alfano jr è il più pagato tra i dirigenti del suo stesso livello. In media percepisce il doppio dei suoi colleghi. Quando è stato assunto in Postecom, nel 2013, ha firmato un contratto da 160 mila euro lordi. All’epoca i due suoi omologhi, più anziani, con più esperienza e curriculum – una sua collega ha una laurea in architettura al Politecnico di Milano col massimo dei voti – percepivano 90 e 80 mila euro lordi l’anno”.

Il problema, però, prosegue Scarpa, è che l’ascesa dello stipendio del fratello di Alfano non si è bloccata qui, nonostante non si sia distinto per essere uno stacanovista:

“Alessandro nel giro di 4 anni, passando da Poste Tributi è approdato nel 2016 direttamente in Poste. Ad ogni passaggio lo stipendio è lievitato fino a toccare quota 200mila euro lordi. Anche in questo caso i suoi sette colleghi, tutti più anziani con qualifiche da ingegneri, dottori in legge e con più anni di esperienza guadagno meno del fratello del ministro. Qui la forbice va da un minimo di 81 mila euro lordi per il più giovane, classe ‘71 laurea in ingegneria civile conseguita a 28 anni, a un massimo di 120 mila euro lordi l’anno per un altro dirigente sempre ingegnere di 55 anni”.

E poi c’è un’altra anomalia, conclude Scarpa:

“Alessandro quando era maxi dirigente in Postecom aveva sotto di lui un unico dipendente. Impiegati che poi sono aumentati nel tempo, fino ad arrivare ai 39 che adesso il fratello del ministro dirige in Poste”.

Tutti aspetti su cui la Finanza farà chiarezza.

Terremoto, Vasco Errani lascia il Pd e ammette: ‘Questa non è ricostruzione’

Il Pd perde un altro pezzo.

Vasco Errani, nominato il 1 settembre scorso commissario straordinario per il Terremoto del Centro-Italia, lascerà il “partito”, un passo, spiega Repubblica, “che non più tardi di un anno fa sarebbe stato quasi impensabile”.

Ma non finisce qui.

Errani ha anche ammesso il fallimento del governo nella gestione delle zone terremotate del Centro Italia:

“Bisogna darsi una governance totalmente differente, è un punto all’ordine del giorno di questa riunione e doveva forse essere il primo. Non c’è dubbio che, avendo avuto quattro terremoti, la dimensione è stratosferica, ma questo non risolve il fatto che non riusciamo ad andare avanti su alcune cose: macerie, stalle, casette…Questa non è ricostruzione, non lo è, questa è gestione dell’emergenza,” ha detto il commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma in un’intervista a Panorama, aggiungendo che:

“Bisogna darsi un’altra governance sennò non ce la faremo. Non mi interessano le polemiche sui giornali, ma non esiste il fatto che per cominciare a fare le casette, che non è ciò che devo fare io, si attenda il fabbisogno definitivo. Non e-si-ste!”.

Il problema delle casette a cui fa riferimento Errani, spiega Il Giornale, “era già stato sollevato dal capo della protezione civile, Fabrizio Curcio, l’8 febbraio”. Ecco le dichiarazioni di Curcio:

“La quantificazione è molto difficoltosa dopo tre terremoti, si sta lavorando sulla definizione delle aree che viene fatta dai sindaci. Ci sono delle difficoltà sul territorio a fare queste cose. Il primo requisito è capire quante casette servono. In parte è stato fatto e in parte no”.

Ovvero non si sa quando i terremotati potranno lasciare gli alberghi per tornare a vita normale.

E poi c’è la questione stalle:

“Non esiste che per fare le stalle bisogna metterci tutto questo tempo. Non esiste. Ora nel decreto ci sono alcune cose che non rispondono a questo problema: anche i sindaci possono diventare soggetto appaltante e attuatore per il provvisorio, ma bisogna darsi un’organizzazione. Decidetevi, decidetelo,” conclude Errani.

Insomma, prima il governo Renzi, e il governo Gentiloni poi, non hanno saputo gestire la crisi e aiutare i terremotati. E la critica non arriva dall’opposizione, ma dal commissario straordinario per il Terremoto, pronto a lasciare il Pd.

Meditate gente. Meditate.

Palinsesti Rai, Airola (M5S): ‘Ci prepariamo ad un servizio pubblico gestito dai luogotenenti di Renzi’

Riportiamo di seguito la denuncia del senatore 5 Stelle Alberto Airola, secondo cui la scelta dei palinsesti Rai potrebbe essere affidata al partito Democratico:

“Apprendiamo dai corridoi di viale Mazzini che il ruolo che fu di Carlo Verdelli dovrebbe diventare appannaggio del deputato dem Michele Anzaldi. Sarebbe una scelta che non ci stupirebbe in alcun modo perché nel solco di un percorso ben preciso del management del servizio pubblico e della classe dirigente renziana.

E’ davvero bizzarro che le associazioni di categoria attacchino il MoVimento 5 Stelle quando fa notare delle storture che riguardano alcuni mezzi di informazione, in particolar modo i telegiornali, mentre quando Anzaldi pretende di dettare il palinsesto nessuno apre bocca.

Fanno sorridere infine la richiesta che il direttore editoriale dell’offerta informativa in pectore ha fatto ieri: silenziare lo scontro del Pd, che si sta preparando a una scissione. Ci prepariamo ad un servizio pubblico gestito dai luogotenenti di Renzi e Gentiloni, come il fedele Anzaldi”.

Il Pd per riconquistare la sinistra svende la cittadinanza agli immigrati

Cosa non si fa pur di raccattare qualche voto in più.

A determinare i programmi dei partiti non sono mai gli interessi dei cittadini, ma le logiche elettorali. Una scelta che può dare risultati nell’immediato, ma che sul lungo termine logora il Paese.

È quanto sta accadendo nel Pd. Sull’orlo del disastro a causa della scissione, i democratici hanno bisogno di voti e l’agenda di governo si sposta a sinistra, con l’obbiettivo di trattenere i propri parlamentari e riconquistare gli iscritti.

E allora il Pd si gioca la carta migranti, da sempre valore fondante della sinistra, come spiega Claudio Cartaldo su Il Giornale:

“I sondaggi parlano di una forchetta che va dal 4% al 12% per la “Cosa Rossa” che potrebbe nascere e che rischia di drenare voti dal paniere del Partito Democratico. Facendolo arrivare dietro ai grillini alle prossime elezioni.

È per questo che il presidente del Pd, Matteo Orfini, nel pieno dell’organizzazione del congresso, ha deciso di rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra. Un tema caro alle anime radicali del partito, un argomento che se messo in cima alla lista dei desideri e magari imposto nell’agenda di governo, potrebbe convincere qualche indecisa anima del Pd a rimanere nelle fila, lasciando col cerino in mano gli scissionisti. Parliamo dello Ius Soli, ovvero la cittadinanza agli immigrati che nascono nel Belpaese anche da famiglie clandestine.

In una intervista a La Stampa, Orfini ha illustrato l’agenda del governo dei prossimi mesi. E non c’è da stupirsi se a farlo non è stato chi di dovere, ovvero quel premier Paolo Gentiloni che un giorno e l’altro pure giura fedeltà al suo partito per non far irritare il principe di Rignano sull’Arno. Per il Pd in questo momento conta più il futuro del partito che il Paese. “Ora ci sono priorità che il governo deve portare avanti”, ha detto perentorio Orfini: stop alle privatizzazioni, legge per “correggere” i voucher, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle banche e ius soli, da approvare anche con la fiducia. Come a dire: “Compagni, è tornata la sinistra. Non lasciate il partito”.

Il messaggio lanciato dal presidente Pd, continua Cartaldo, non è da poco.

“Porre la fiducia su un tema come lo Ius Soli potrebbe in qualche modo costringere tutti a votare a favore del governo, anche i malpancisti della maggioranza e della minoranza interna. Sullla cittadinanza agli immigrati sono quasi tutti d’accordo, forzare la mano può dare un aiuto considerevole all’unità del partito.

Non è un caso, infatti, che nei giorni scorsi la presidente della Camera, Laura Boldrini, abbia lanciato un messaggio in questo senso al Pd, ricattandolo. Molti dei provvedimenti cari alla sinistra estrema sono arenati al Senato, come lo ius soli, il reato di tortura, la riforma della giustizia, la legge contro l’omofobia, la delega sulla lotta alla povertà. Tutti temi che ora Renzi pensa di usare a sua volta per tenere buona la minoranza Pd. E magari riuscire a trovare punti di accordi per alleanze future con i nascituri movimenti alla sinistra del partito”.

Gli italiani sono alla fame ma il Pd non sa affrontare la crisi. Litigano tra loro e invece di creare lavoro per i cittadini pensano al loro tornaconto. Questo governo deve dimettersi al più presto.

Scontri davanti alla sede del Pd, Romano: ‘Raggi ha aizzato quella gente lì’. Ma il M5S non c’entra niente

Il piddino Andrea Romano vorrebbe farci credere che il M5S sia dietro gli scontri davanti alla sede del Pd avvenuti ieri pomeriggio a Roma durante la manifestazione di tassisti e ambulanti contro la direttiva Bolkestein.

In diretta durante il programma L’Aria che Tira su La7, Romano ha detto che “c’è stato un assalto squadrista alla sede del Partito Democratico e Virginia Raggi ha aizzato quella gente lì, ha soffiato sul fuoco della protesta”.

“Poi molte ore dopo – aggiunge Romano riferendosi alla Raggi – ha detto ‘beh forse hanno un po’ esagerato”.

Ma la verità è un’altra: Virginia Raggi ha preso le distanze dai violenti con un tweet, subito dopo gli scontri:

“Manifestare è un diritto; usare la forza è inaccettabile. Al fianco di chi protesta civilmente. Ferma condanna verso chi ricorre alla violenza,” ha scritto la sindaca di Roma sul social network.

Un’altra bufala diffusa dalle televisioni che dobbiamo smascherare. Per farlo vi chiediamo di condividere questo articolo sui social network e inoltrarlo ai vostri amici e conoscenti. L’informazione prima di tutto.

Roma, tassisti e ambulanti davanti alla sede del PD: scontri con la polizia

Per chi non avesse letto la notizia degli scontri di ieri, di seguito riportiamo la cronaca dei fatti di Rainews:

“La protesta contro la direttiva Bolkestein infiamma gli animi di tassisti e ambulanti. Cresce la tensione tra gli antagonisti che sfocia in un momento di violenza con scontri tra polizia e manifestanti ammassati davanti alla sede del Partito Democratico in Via del Nazareno. Le forze dell’ordine intervengono con delle piccole cariche per sgomberare la strada. Scambio di colpi, ai manganelli dei poliziotti i manifestanti hanno lanciato uova, bottiglie e hanno risposto brandendo le aste delle bandiere. Successivamente, la polizia in tenuta antisommossa ha bloccato via del Pozzetto per impedire a chiunque di raggiungere la sede del Pd.

Uno dei manifestanti, rimasto ferito durante gli scontri, è stato raggiunto e soccorso da un’autoambulanza. Si tratta di una persona anziana colpita alla testa. I manifestanti dicono si tratti di un tassista, ma altri testimoni dicono si tratti di un passante. Oltre a lui, ci sarebbero altre due persone contuse. Dopo l’intervento delle forze di polizia, tassisti e ambulanti sono stati allontanati verso via del Tritone.

Unar, Mario Adinolfi: ‘Deve dimettersi Maria Elena Boschi’ #BoschiDimettiti

Mario Adinolfi non ha dubbi: per lo scandalo Unar deve dimettersi l’ex-ministra ed attuale Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Maria Elena Boschi.

L’Unar, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, avrebbe finanziato con 55mila euro alcuni circoli dell’Anddos dove, secondo un servizio de Le Iene andato in onda domenica scorsa, ci sarebbe attività di prostituzione.

La poltrona del direttore dell’Unar Francesco Spano è già saltata. Ma secondo il piddino Mario Adinolfi dovrebbe saltare quella di Maria Elena Boschi:

“Le dimissioni non doveva darle Spano, messo nel tritacarne delle bande che si combattevano, che è solo il capro espiatorio ma la Boschi che ha firmato quel finanziamento alla roba più ignobile di questo Paese. E’ Maria Elena Boschi la responsabile, perché ha cavalcato le associazioni Lgbt per sentirsi più figa. Invece è solo un colossale e schifoso business”, ha detto Adinolfi, ospite a La Zanzara su Radio 24.

In questi circoli, ha denunciato il leader del Popolo della Famiglia, c’è “spaccio di cocaina, spaccio di ogni tipo di droga, c’è la prostituzione minorile, il lavoro nero, soldi esentasse. Che cazzo serve di più per chiudere questi circoli. Tutte cose verificabili. Senza prostituzione le persone non ci vanno. I soldi pubblici non si danno a queste porcherie, i telefoni anti violenza sono una copertura e una puttanata”.

Unar, anche Di Battista contro la Boschi: ‘Ha qualcosa da dire su questo?’

Anche il deputato del M5S Alessandro Di Battista è intervenuto sulla vicenda scrivendo un post di poche righe su Facebook, allegato al video delle Iene:

“La Boschi (che non parla dalla batosta del referendum) ha qualcosa da dire su questo? La Boschi è stata “promossa” a Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle pari opportunità. L’avrà visto questo servizio? E voi l’avete visto? Vi consiglio di vederlo. Il M5S nelle prossime ore depositerà un’interrogazione parlamentare”, si legge sulla pagina del deputato.

E voi il famoso video delle Iene sullo scandalo Unar l’avete visto? Potete dare un’occhiata qui sotto, ed esprimere la vostra indignazione lasciando un commento.

Di Maio a Renzi: ‘Faccia chiarezza sulle donazioni di Romeo’ #RenziVuotaIlSacco

In questi giorni non si sente parlare d’altro che di Romeo.

Si fa tanto chiasso su quel Romeo che ha intestato le polizze alla Raggi, mentre i cittadini non conoscono l’altro Romeo, l’imprenditore napoletano al centro dell’inchiesta sulla Consip, che fece una donazione alla fondazione di Matteo Renzi nel 2013. Lo stesso ex-premier, nel video che potete vedere sotto, definiva il secondo Romeo “un imprenditore di successo.

Il M5S ha voluto vedere chiaro sulla vicenda e ha quindi chiesto a Renzi di rispondere alle seguenti domande:

– L’imprenditore Romeo, al centro dell’inchiesta per corruzione sugli appalti Consip, ha finanziato in altre occasioni le sue Fondazioni?
– A quanto ammontano queste donazioni? Perchè nonostante sapesse che Romeo era già stato condannato in primo grado per corruzione, accettò la sua donazione alla Fondazione?
– E perché, da presidente del Consiglio, non ha fatto nulla per impedire ad un imprenditore con procedimenti giudiziari in corso come Romeo di partecipare all’appalto Consip?

Ecco il post pubblicato da Luigi Di Maio sulla propria pagina Facebook:

“#RenziVuotaIlSacco
L’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd, Matteo Renzi, ormai non può continuare a starsene zitto e a far finta di nulla. Quello che sta uscendo dall’inchiesta sulla presunta corruzione negli appalti Consip, una torta pari a 2,7 miliardi di euro, lo obbliga a fare chiarezza su quella donazione che proprio l’uomo chiave dell’inchiesta, l’imprenditore Alfredo Romeo, fece alla sua Fondazione Big Bang.

Romeo, che è anche indagato per un’altra vicenda per concorso esterno in associazione mafiosa, nel 2014 si è aggiudicato appalti Consip per oltre 600 milioni di euro, ma i Pm di Napoli e Roma ipotizzano che ci sia stata corruzione e vogliono capire come e se sia stato favorito. L’inchiesta tocca in prima persona uomini vicinissimi a Renzi: il padre Tiziano, indagato con l’accusa di traffico di influenze, e il suo ex braccio destro e oggi ministro dello Sport Luca Lotti indagato per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento. Secondo i magistrati, il padre di Renzi avrebbe avuto un ruolo di mediatore per la concessione degli appalti a Romeo, e Lotti avrebbe spifferato all’amministratore delegato di Consip che c’era un’inchiesta in corso.

Di certo c’è che nel 2013 la Spa Isvafim di Alfredo Romeo ha finanziato con una donazione da 60mila euro proprio la Fondazione renziana Big Bang, poi diventata Fondazione Open, in occasione della campagna elettorale per le primarie del PD. Intervistato da Report proprio nell’ottobre 2013, Renzi ammette il finanziamento da parte di Romeo e ammette di sapere, già allora, chi è Romeo: ‘un imprenditore discusso’ con una condanna in primo grado per corruzione.

Alla luce di questo, riformuliamo le nostre domande a Renzi: l’imprenditore Romeo, al centro dell’inchiesta per corruzione sugli appalti Consip, ha finanziato in altre occasioni le sue Fondazioni? A quanto ammontano queste donazioni? Perchè nonostante sapesse che Romeo era già stato condannato in primo grado per corruzione, accettò la sua donazione alla Fondazione? E perché, da presidente del Consiglio, non ha fatto nulla per impedire ad un imprenditore con procedimenti giudiziari in corso come Romeo di partecipare all’appalto Consip?”

Sui tg Rai c’è spazio solo per la difesa del padre di Renzi

Due pesi e due misure. O, per dirla con le parole di Marco Travaglio, il gioco della pagliuzza e della trave.

I media italiani falsificano la realtà prendendo una cosa minuscola e trasformandola in uno scandalo enorme, e prendendo uno scandalo enorme e trasformandolo in una cosa minuscola.

È il caso della vicenda Raggi: fatti di poca importanza per gli italiani che vengono presentati come scandali nazionali; e l’inchiesta Consip, il più grande appalto truccato d’Europa, in cui è coinvolto il padre di Renzi, indagato dalla procura. Di quest’ultimo scandalo, però, nessuno ne parla. E in particolare i tg, come fa notare Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano:

“I tre telegiornali principali non raccontano le accuse, Rai1 si limita alle professioni di innocenza dell’indagato.

Sia detto una volta e non si ripeta più. Il padre di Matteo Renzi è indagato di nuovo. Tiziano Renzi è accusato dalla Procura di Roma di traffico di influenze illecite. L’ipotesi è che abbia assunto il ruolo di “facilitatore” (con l’amico Carlo Russo) nei confronti dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, che tentava di aggiudicarsi la gara Consip Fm 4. Parliamo di un appalto pubblico dal valore totale di 2 miliardi e 700 milioni. Questa, in estrema sintesi, la notizia. Difficile negare che sia di interesse pubblico. Ma nei Tg della Rai il fatto viene raccontato, diciamo, con una certa leggerezza”.

Ed ecco come il Tg1 ha riportato la vicenda del padre di Renzi:

“L’indagine su Tiziano Renzi compare in agenzia alle ore 19.53 del 16 febbraio. Sette minuti prima dell’inizio del Tg1 serale. Non c’è il tempo per realizzare un servizio: la conduttrice legge la velina dell’Ansa, pochi secondi, al quindicesimo minuto. Nemmeno il Tg2 riesce a fare di meglio, nonostante inizi mezz’ora più tardi. L’informazione è rimandata al giorno successivo.

Venerdì mattina il telegiornale di Mario Orfeo prende coraggio e infila la notizia su Tiziano Renzi addirittura tra i titoli del Tg1 delle 8. Sorpresa. A voler essere pignoli, il testo pare macchiato da un certo entusiasmo per la difesa: riporta per esteso la replica di Renzi senior (“Ammetto la mia ignoranza ma non conoscevo l’esistenza di questo reato, che comunque non ho commesso”, “I miei nipoti sono già passati da una vicenda simile tre anni fa e devono sapere che loro nonno è una persona perbene”) e cita anche il suo avvocato (per cui l’indagine è un “atto incomprensibile”). Per il resto, non si capisce bene di cosa si tratti. Sarà per questo che nelle edizioni successive la notizia scompare dai titoli di apertura. Sia alle 13.30 che alle 20. Ecco i lanci del Tg serale: il rischio scissione nel Pd, il caos capitolino dei 5 Stelle, il provvedimento contro i furbetti del quartierino, il secondo giorno di sciopero dei taxi, le ultime polemiche su Donald Trump, il processo d’appello sulla discarica di Bussi, il nuovo show di Antonella Clerici. La notizia su Tiziano Renzi è l’undicesima in scaletta, infilata al minuto 22, nella parte finale del Tg”.

Il Tg2 non è da meno:

“Il trattamento del Tg2 è molto simile a quello della rete “ammiraglia”. La prima edizione è alle 13. La notizia su Tiziano Renzi non è tra i titoli di apertura (che sono molto simili a quelli del Tg1, tranne Bussi e la Clerici). Il servizio arriva in sordina al minuto 17, su 31 totali. Comunque ben distante dalle notizie di politica che riguardano il figlio Matteo, all’inizio del notiziario.

Stessa storia nel Tg2 delle 20.30. Nessun titolo e notizia al minuto 13 (su 32): il servizio fila via liscio in 70 secondi e si chiude così: “Tiziano Renzi ha dichiarato di aver avuto una condotta assolutamente trasparente e di rispettare il lavoro dei magistrati”.”

Ed ecco il Tg3:

“Infine il Tg3 che fu di Bianca Berlinguer e ora diretto da Luca Mazzà. L’edizione di mezzogiorno sorprende: l’indagine su Renzi senior è addirittura il secondo dei titoli di apertura ed è in una parte nobile della scaletta, in mezzo ai servizi politici. Poi più nulla. Nel telegiornale delle 19 la notizia scompare, letteralmente. Fuori dai titoli e dalla scaletta. Il Tg3 parte con i furbetti del cartellino e poi mette in fila altri 14 servizi: il Pd, il pastone degli altri partiti, il “caos 5 Stelle”, lo sciopero dei taxi (con pezzo di approfondimento sulle ragioni della protesta), il Papa all’Università di Roma Tre, il G20 di Bonn, i migranti di Ceuta, lo scontro tra Trump e la stampa americana, lo scrittore Johnatan Safran Foer, la discarica di Bussi, la sicurezza stradale (“secondo una ricerca 2 genitori su 3 ammettono di non usare sempre il seggiolino in macchina per i bambini”), un nuovo fascicolo su Ilaria Alpi, un approfondimento sui 25 anni da Mani Pulite”.

Insomma, questa è l’informazione per cui paghiamo il Canone Rai. Giudicate voi.

Consip, il padre di Renzi indagato per traffico di influenze illecite

Inchiesta Consip: come anticipato, anche il padre di Renzi è coinvolto e ora è indagato per traffico di influenze illecite.

Leggiamo sul Corriere della Sera:

“Tiziano Renzi è indagato dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta Consip. Il padre dell’ex presidente del Consiglio è stato iscritto per il reato di traffico di influenze per i rapporti con l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo per una serie di commesse pubbliche e in particolare il cosiddetto Fm4, la gara di Facility management del valore di 2,7 miliardi di euro bandita nel 2014 e suddivisa in diversi lotti. Si tratta di un mega appalto che vale oltre l’11 per cento della spesa pubblica nel settore. Nel decreto di perquisizione per Romeo eseguito la scorsa settimana si parla di «colloqui intercettati tra Romeo e il suo collaboratore Italo Bocchino (l’ex parlamentare di Anm ndr) durante i quali hanno passato in rassegna e descritto con dovizia di particolari facendo i nomi dei soggetti con i quali hanno intrattenuto rapporti».

Padre di Renzi indagato, secondo La Verità avrebbe saputo di un’indagine di Napoli, da novembre almeno

Il Fatto Quotidiano il 10 febbraio scorso riportava quanto segue:

“L’amico della famiglia Renzi, l’imprenditore di Scandicci Carlo Russo, andava a parlare di operazioni che mescolano politica e affari privati con Alfredo Romeo mentre era intercettato dai carabinieri del Noe su delega della Procura di Napoli. Il 33enne molto legato a Tiziano Renzi, che è stato il padrino di battesimo del suo secondo figlio, ha proposto all’imprenditore Alfredo Romeo di salvare l’Unità. Non solo. In conversazioni su altre questioni, Russo e Romeo avrebbero discusso di pagamenti all’estero di consulenze che nascondevano, per gli investigatori, vere “tangenti”. Accuse da provare e probabilmente penalmente irrilevanti perché Russo e Romeo avrebbe solo prospettato questo disegno nelle conversazioni. Il disegno però non si è mai realizzato. E probabilmente non ha aiutato a passare dalle parole ai fatti la colossale fuga di notizie sull’indagine che ha tagliato le gambe ai pm e ha avvertito in tempo quasi reale gli intercettati.

Il comandante generale Tullio Del Sette, il comandante della Toscana, Emanuele Saltalamacchia e il ministro Luca Lotti sono indagati perché sarebbero andati a rivelare l’esistenza delle indagini sugli appalti Consip ai vertici della società pubblica che fa le gare per tutte le pubbliche amministrazioni, con il risultato che l’amministratore di Consip ha trovato e rimosso le cimici piazzate nei suoi uffici. Anche Tiziano Renzi, secondo La Verità avrebbe saputo di un’indagine di Napoli, da novembre almeno“.”

Scanzi contro Renzi: ‘2-3 banchette toscane? Vada a dirlo ai risparmatori truffati di Banca Etruria’

Quando non può negare minimizza.

Matteo Renzi ieri durante il congresso Pd ha detto che “si è fatto credere che il problema dell’Italia erano 2-3 banchette toscane“.

Quello che l’ex-premier non ha detto, però, è che i risparmiatori di Banca Etruria (la banca del papà di Maria Elena Boschi), Banca delle Marche ,CaRiChieti e CaRiFerrara hanno perso tutto perché il governo Renzi varò il decreto ”salva banche”, sacrificando i risparmi di 140mila cittadini per salvare i banchieri.

Durante la puntata di Otto e Mezzo di lunedì il giornalista del Fatto Quotidiano Andrea Scanzi ha detto, facendo riferimento alle dichiarazioni di Renzi:

“Qualche passaggio è stato inelegante e infelice, per esempio quando ha alluso ad un certo punto alle banche e ha parlato di “due-tre banchette toscane, vada a dire a quelli di Banca Etruria che sono stati truffati se sono banchette e basta”.