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Attentato Londra, Fusaro: ‘Perché il terrore colpisce sempre le masse e mai i potenti?’

L’attentato di Londra ha sconvolto un’intera metropoli.

Oggi non c’è bisogno di aerei o camion per fare una strage, basta un suv.

Inoltre, osserva il filosofo Diego Fusaro, a essere colpiti sono sempre i cittadini, e mai i potenti:

“Ancora una volta il terrore. Sempre il medesimo. Quasi come se si trattasse, ormai, di una tragedia che torna a ripetersi, nei suoi moduli, sempre eguale a se stessa. Prima Parigi, poi Berlino. Adesso Londra. L’Europa è sotto attacco, si dice. Non è chiaro da parte di chi, tuttavia.

L’Islam ha dichiarato guerra all’Europa: così vorrebbe farci credere la narrazione egemonica; il cui fine conclamato è quello di delegittimare l’Islam e, in generale, ogni religione della trascendenza non ancora riassorbita nel monoteismo immanentistico dell’economia di mercato. Non è guerra di religione: è guerra alla religione. Guerra dichiarata dal capitale a ogni idea di sacro che non sia quello del mercato deregolamentato”.

Come già dissi in altra occasione, continua Fusaro, “io non so i nomi. Né mi accontento delle versioni ufficiali. Prevedo – e non è difficile – che, in ogni caso, questo attentato diverrà l’occasione per sostenere, da più parti, il solito mantra del ‘ci vuole più Europa’: e, naturalmente, per rallentare e rendere più ardua l’attuazione concreta della ‘Brexit’, ossia della scelta democratica del popolo inglese di prendere congedo dall’Unione Europea”.

L’attentato di ieri ha colpito i più deboli:

“Mi limito a riscontrare che, anche nel caso di Londra, l’attentato si è abbattuto sulle masse subalterne, precarizzate, sottopagate e supersfruttate. I terroristi colpiscono sempre, immancabilmente gli sconfitti della mondializzazione, il popolo, le masse inermi. Strano paradosso: il terrorismo islamico – si dice – vorrebbe colpire il cuore dell’Occidente, metterne in ginocchio i centri nevralgici del potere. E poi, chissà perché, l’ira delirante dei terroristi non si abbatte mai, curiosamente, sui luoghi reali del potere occidentale: banche, centri della finanza, ecc. I signori mondialisti non vengono mai nemmeno sfiorati. Restano puntualmente intonsi. Il loro potere ne esce sempre, chissà perché, rinsaldato. Anzi, trovano sempre, immancabilmente, nei gesti nefandi e criminali dei terroristi l’occasione per potenziare il proprio ordine dominante: restringimento delle libertà, bombardamenti umanitari (il terrorismo della lotta al terrorismo), dirottamento del conflitto di classe verso il conflitto di civiltà, riadesione delle masse ormai sull’orlo della ribellione ai valori dell’Occidente mercatistico buono, ecc”.

Insomma, a ragionare serenamente, conclude Fusaro, i terroristi favoriscono i potenti, invece del popolo:

“Verrebbe da pensare che i signori del terrore siano sprovveduti: vogliono colpire a morte l’Occidente e, invece, ne rinsaldano il potere; vogliono abbattere i potenti occidentali e, invece, li agevolano massacrando e indebolendo le masse pauperizzate occidentali. Hanno, poi, un tempismo perfetto, i signori del terrore: arrivano in Francia proprio quando le masse iniziano a mobilitarsi contro la “loi travail”; arrivano in Inghilterra quando si avvicina il momento del redde rationem con l’Unione Europea (Brexit)“.

Buzzi Pd: ‘Comprai 220 tessere per il congresso del Partito Democratico’

Salvatore Buzzi mette nei guai il Pd.

Dopo aver raccontato di essersi rivolto a importanti esponenti del Pd romano per l’approvazione del debito fuori bilancio legato al servizio di accoglienza per i minori non accompagnati, il ras delle coop rivela di aver comprato 220 tessere per alcuni dem come Goffredo Bettini, Umberto Marroni e Micaela Campana.

Buzzi, che si trova in carcere per la vicenda Mafia Capitale, ha detto ai pm:

“Noi demmo 140 voti a Giuntella, che era sostenuto da Umberto Marroni e Micaela Campana (la compagna dell’ex assessore alla casa Daniele Ozzimo ndr) e 80 a Lionello Mancini, dell’area di Goffredo Bettini”.

Buzzi pagò direttamente le tessere di iscrizione al partito dei dipendenti della sua cooperativa, la 29 giugno: “A me l’hanno chiesto direttamente Campana e Marroni, mentre Bettini l’aveva chiesto a Guarany, che era il mio vice, quindi non c’era grande differenza”.

Secondo quanto riporta Il Messaggero la compravendita avveniva anche quando si trattava di votare per i debiti fuori bilancio. “L’ho fatto sicuramente con Alfredo Ferrari, Pd, anche Pierpaolo Pedetti mi ha cercato per l’emendamento. Io gli dissi “vabbè mi fai l’emendamento? C’ho l’assegno a garanzia”, ha detto Buzzi, che ha commentato anche la corruzione a livello nazionale: ” “Credevo che con le mie parole avrei fatto cadere il governo e pensavo ai soldi per il Cara di Mineo del sottosegretario Castiglione (indagato a Catania) e invece non è successo nulla”.

Gentiloni costa più di Renzi: le spese di Palazzo Chigi salite di 21,5 milioni di euro

Sì, Paolo Gentiloni costa più di Renzi.

Franco Bechis su Libero riporta nei dettagli tutti gli aumenti e le riduzioni di Palazzo Chigi:

“E zitto zitto Paolo Gentiloni ha messo bei muscoloni da premier. Quello che mai ti saresti atteso, è lì documentato dal bilancio di previsione 2017: il nuovo presidente del Consiglio costa più di Matteo Renzi. A Palazzo Chigi quest’ anno si spendono circa 21,5 milioni di euro in più del 2016, e la lievitazione inattesa è tutta nelle spese correnti, che tornano a superare il miliardo di euro con un incremento di 36,3 milioni”.

A diminuire, invece, continua Bechis, sono le “spese in conto capitale (ridotto di 14,7 milioni di euro), perché sono minori le necessità di manutenzione del palazzo”.

E ad aumentare sono le spese del segretariato generale di palazzo Chigi:

“Ma quel che più conta e fa comprendere la differenza fra i due governi è la notevole lievitazione delle spese del segretariato generale di palazzo Chigi, il cuore pulsante del potere del governo. Lo stanziamento in questo caso passa da 403,57 a 537,9 milioni di euro, con un incremento di 134 milioni. E il grosso dell’ aumento viene dalle spese correnti di funzionamento, che crescono di quasi 100 milioni di euro passando da 275,9 a 375,67 milioni di euro. Cresce il personale dipendente dopo molti anni, e ovviamente aumentano di conseguenza gli stipendi base e i benefit concessi, compresi i buoni pasto. Ma cresce anche il costo diretto e indiretto degli uffici di stretta collaborazione del premier, dei ministri senza portafoglio e dei sottosegretari alla presidenza del Consiglio”.

Leggi l’articolo integrale su Libero

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Consip, l’imprenditore Alfredo Romeo arrestato per corruzione

Alfredo Romeo arrestato per corruzione: l’imprenditore napoletano, indagato nell’ambito dell’inchiesta Consip, è stato arrestato per corruzione dai carabinieri e dalla Guardia di FinanzaRiporta Repubblica.it:

“L’imprenditore campano Alfredo Romeo è stato arrestato questa mattina dai carabinieri e dalla guardia di Finanza in relazione ad un episodio di corruzione nell’ ambito dell’ inchiesta Consip. In questo momento è a Napoli e lo stanno portando al carcere romano di Regina Coeli.

Le accuse traggono origini dalle dichiarazioni dell’alto dirigente della Consip Mario Gasparri, interrogato a dicembre dai pm di Napoli, Henry John Woodcock e Celeste Carrano. Gli atti sul filone Consip sono stati poi transferiti per competenza territoriale alla Procura di Roma”.

L’inchiesta Consip vede coinvolti il ministro dello Sport Luca Lotti e il padre dell’ex-premier Matteo Renzi:

“L’arresto dell’imprenditore è l’ultimo sviluppo del fascicolo d’indagine, aperto dalla Procura di Napoli e trasferito per competenza a quella di Roma, sulla corruzione in relazione agli appalti della Consip, la società per azioni del ministero dell’Economia incaricata dell’acquisto di beni e servizi delle amministrazioni pubbliche. Il lavoro degli inquirenti ha prodotto sin qui anche l’iscrizione nel registro degli indagati di Luca Lotti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio durante il governo Renzi e attuale
ministro dello Sport, per rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento, del comandante generale dell’Arma dei carabinieri Tullio Del Sette, del comandante della Legione Toscana dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia e del padre di Matteo Renzi, Tiziano, per il reato di traffico di influenze illecite”.

Quando Romeo finanziò Matteo Renzi

Qualche anno fa Alfredo Romeo, riportavamo in un altro articolo, finanziò le fondazioni renziane. Per questo motivo i deputati pentastellati Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio hanno chiesto all’ex-premier di “fare chiarezza” sulla vicenda:

“#RenziVuotaIlSacco
L’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd, Matteo Renzi, ormai non può continuare a starsene zitto e a far finta di nulla. Quello che sta uscendo dall’inchiesta sulla presunta corruzione negli appalti Consip, una torta pari a 2,7 miliardi di euro, lo obbliga a fare chiarezza su quella donazione che proprio l’uomo chiave dell’inchiesta, l’imprenditore Alfredo Romeo, fece alla sua Fondazione Big Bang”, scrisse Di Maio in un post pubblicato sulla propria pagina Facebook qualche settimana fa.

Il M5s consegna a Grasso la delibera per i vitalizi

Come anticipato da Luigi Di Maio ieri nell’intervista al programma Quinta Colonna, il M5S depositerà consegnerà la delibera per i vitalizi, che prevede di applicare la legge per le pensioni che si applicano a tutti i cittadini italiani anche ai parlamentari.

Riporta Il Corriere della Sera:

“Il questore Laura Bottici e la portavoce del Movimento 5 Stelle Elena Montevecchi sono ora dal presidente di Palazzo Madama Pietro Grasso per consegnargli la delibera che loro vorrebbero vedere approvata dall’Ufficio di presidenza per modificare i criteri relativi alle pensioni dei parlamentari. Gli esponenti del M5S vorrebbero infatti che le pensioni di deputati e senatori fossero identiche a quelle “della gente comune”, come ribadito anche nei giorni scorsi da Luigi Di Maio. La proposta era stata presentata ieri in una conferenza stampa alla Camera”.

Delibera M5S sulle pensioni: basta l’OK di 33 parlamentari

Per votare questa proposta bastano 33 parlamentari: 23 alla Camera e 10 al Senato, i membri dell’Ufficio di Presidenza.

Di seguito la foto del documento che riporta i nominativi dei 33 parlamentari che possono votare la proposta del M5S, in un tweet del deputato pentastellato Carlo Sibilia

Di Maio: Se votano delibera M5S i parlamentari avranno una #PensioneComeTutti in 5 minuti

Per eliminare la disparità di trattamento per le pensioni di cittadini e parlamentari bastano 5 minuti e l’OK alla delibera M5S di 33 parlamentari che fanno parte dell’Ufficio di Presidenza. Lo ha detto ieri Di Maio nel corso del programma Quinta Colonna, condotto da Paolo Del Debbio:

“La nostra proposta è molto semplice. Pensiamo che sia un’ingiustizia che in questo Paese si debba lavorare anche 40 anni per andare in pensione; sei milioni di pensioni sono sotto i 1.000 euro e circa due milioni sotto i 500 euro; che un ragazzo nato dal 1980 in poi per andare in pensione deve aspettare i 76 anni. In parlamento basta che stai seduto sulla poltrona 4 anni e 6 mesi e a 65 anni, non a 67 come prevede la Fornero, hai una pensione assicurata di 1.000 euro.

Se viene rieletto ti premiano anche e hai una pensione, non a 65 anni, ma a 60 anni di 1.500 euro.

Dicono che i vitalizi sono stati aboliti. Non sono stati aboliti.

Abbiamo provato in questi anni a far saltare questa cosa più volte, ma il problema che dovessero votarla mille parlamentari bloccava sempre tutto. E allora cosa ci siamo inventati? Questa delibera non è una proposta di legge, vede, sono venti righe di proposta che prevedono di applicare la legge per le pensioni che si applicano a tutti i cittadini italiani anche ai parlamentari.

Applichiamo la legge Dini e la legge Fornero anche ai parlamentari. Significa che tu stai in parlamento, ti versi i contributi e poi te ne vai in pensione se hai lavorato tutta la vita e non se sei stato 4 anni e 6 mesi in parlamento. E questa è una differenza fondamentale,” ha detto il deputato 5 Stelle.

Delibera M5S sulle pensioni: basta l’OK di 33 parlamentari

Per votare questa proposta bastano 33 parlamentari: 23 alla Camera e 10 al Senato, i membri dell’Ufficio di Presidenza.

Di seguito la foto del documento che riporta i nominativi dei 33 parlamentari che possono votare la proposta del M5S, in un tweet del deputato pentastellato Carlo Sibilia

Di Maio ha concluso dicendo: “O questi signori votano questa delibera, o quando il 15 settembre scatta la pensione si ritroveranno i cittadini sotto Montecitorio e sotto il Senato a protestare. Sconsiglio a qualcuno di bloccarla, anche perché è impossibile bloccarla, si indice la riunione e in 5 minuti si può votare”.

Pizzini inchiesta Consip, ‘T.’ Romeo scrisse ‘incontro con L.’ (Lotti)

Pizzini inchiesta Consip: l’indagine continua e potrebbe mettere nei guai (più di quanto già non sia) il braccio destro di Matteo Renzi, e nuovo ministro dello Sport del governo Gentiloni, Luca Lotti.

Il Fatto Quotidiano è venuto a conoscenza di un ‘pizzino’, come lo chiamano i pm di Napoli Henry John Woodcock e Celeste Carrano, scritto da Romeo dopo un incontro con Russo nell’estate scorsa. Questo foglietto, strappato da Romeo e recuperato dalla spazzatura negli uffici della sua azienda, è stato ricomposto dai carabinieri del Noe. In esso si legge non solo “30.000 al mese per T.”, Interpretato come Tiziano (Renzi), ma anche “5.000 ogni due mesi per CR” e “due incontri quadro tenuti da T. con M. e L.”.

Quest’ultima L indicherebbe secondo gli investigatori appunto Luca Lotti, spiega Marco Lillo sul Fatto:

“Il foglietto, strappato da Romeo, è stato recuperato e ricomposto dai carabinieri del Noe rovistando nella spazzatura degli uffici della Romeo di via Pallacorda a Roma. Poi hanno riascoltato le intercettazioni ambientali della giornata in cui il foglio sarebbe stato vergato. Ogni volta che il discorso entra nel vivo si sente silenzio e il rumore di una penna che scrive. Inserendo le lettere nelle pause e leggendole nel contesto gli investigatori si sono convinti che i due stavano disegnando un vero e proprio accordo quadro.

Il Fatto ha già svelato parti del ‘pizzino’ come lo chiamano i pm di Napoli Henry John Woodcock e Celeste Carrano nel decreto di perquisizione. I ‘pizzini’ in realtà sono più d’uno. In quello più completo dopo le frasi “30.000 al mese per T.” e “5 mila ogni due mesi a CR” ci sono anche “due incontri quadro tenuti da T. con M. e L.”. Secondo gli investigatori Russo parla con Romeo della contropartita: Tiziano Renzi (T.) avrebbe tenuto due incontri tra Romeo e due persone per lui fondamentali: “M.” dovrebbe essere Luigi Marroni, l’amministratore delegato di Consip che – secondo Alfredo Romeo – lo snobbava a beneficio dei concorrenti nella gara più grande d’Europa, quella per il cosiddetto Facility management 4: 2,7 miliardi divisi in 18 lotti.

Il misterioso “L.”, stando alla lettura degli investigatori, sarebbe Lotti. L’amico di Tiziano Renzi quindi si impegnerebbe con Romeo anche per conto del babbo del premier a organizzare un incontro tra Romeo e Lotti, tenuto da T, cioè da Tiziano”.

Bisogna dire per dovere di cronaca, però, che “nessuno dei pagamenti ipotizzati e nessuno degli incontri con M. ed L., se sono davvero Marroni e Lotti, si è poi realizzato. Va detto inoltre che Tiziano Renzi non partecipa a un solo colloquio.

E ancora: “va ribadito che il babbo dell’allora premier non ha incassato un euro da Romeo e che potrebbe essere vittima di un colossale misunderstanding sulla “T.”

La Procura di Roma mercoledì sentirà come testimone Michele Emiliano sugli sms del ministro che gli consigliava di vedere l’amico (e coindagato) del padre di Renzi e qualche giorno dopo come indagato Tiziano Renzi “per capire se in questa storia ci siano reati o solo chiacchiere”.

Ancora niente di certo, ma solo un’unica grande domanda: perché giornali e tv nascondono questa vicenda?

‘Ma quale Paese civile?’ Ezio Greggio ridicolizza Napolitano

“Il presidente emerito Giorgio Napolitano ha espresso contrarietà rispetto alle elezioni anticipate, dichiarando che in un Paese civile si vota alla fine della legislatura.

Alle parole di Napolitano gli italiani hanno reagito con preoccupazione. Ma pover’uomo: in un Paese civile. È stato due volte presidente della Repubblica e non si ricorda manco più che siamo in Italia. Ma quale Paese civile”

Ha esordito così il conduttore di Striscia la Notizia Ezio Greggio nella puntata di ieri, facendo riferimento alle dichiarazioni che Napolitano aveva rilasciato qualche ora prima:

“Nei paesi civili alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate. Bisognerebbe andare a votare o alla scadenza naturale della legislatura o quando mancano le condizioni per continuare ad andare avanti,” ha detto l’ex-capo dello stato.

E ancora: “Per togliere le fiducia ad un governo deve accadere qualcosa. Non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno,” ha aggiunto riferendosi a Matteo Renzi senza però citarlo.

Secondo noi, invece, non dovremmo aspettare neanche un minuto per andare al voto perché quel che è accaduto non è degno di un Paese civile:

– Italia nel 2016 in deflazione, è la prima volta dal 1959
– La disoccupazione giovanile risale al 40,1%
– Emergenza abitativa, in Italia nel 2015 oltre 57mila sfratti per morosità

Napolitano è fuori dalla realtà. Dovrebbe dimettersi da senatore a vita e andare, per dirla con le parole di Beppe Grillo, “al Pincio assieme a De Benedetti e Scalfari per ricordare i vecchi tempi”.

Conflitto d’interessi: tutti contro la Raggi, ma per il renzismo non sono mai esistiti

Due pesi e due misure, come al solito.

I criminali dell’informazione non fanno altro che parlare dei reati di falso e abuso d’ufficio contestati alla sindaca di Roma Virginia Raggi per aver nominato Renato Marra, capo del dipartimento turismo del Comune; “in concorso” con Raffaele Marra, fratello del primo, dunque in evidente conflitto d’interessi nel suggerire la nomina.

Il problema, però, osserva il giornalista del Fatto Gianni Barbacetto, è che ci si scandalizza solo per la sindaca grillina, ma non per tutti i potenziali conflitti che si trovano nell’area renziana. Ad esempio:

– Maria Elena Boschi

Scrive Barbacetto: “Entrava e usciva dal Consiglio dei ministri, quando si doveva prendere decisioni sulle banche, visto che aveva un padre, Pierluigi Boschi, vicepresidente di Banca Etruria e un fratello, Emanuele, dipendente dell’istituto. Più netto il comportamento di Vincenzo De Luca, governatore della Campania e per oltre vent’anni sindaco-sceriffo di Salerno: lui non si vergogna, rivendica. Non solo il voto di scambio e le fritture di pesce, ma anche le investiture dinastiche. Così il figlio Roberto, 32 anni, è stato chiamato dal sindaco di Salerno, fedelissimo di papà, a fare l’assessore con la più pesante delle deleghe, quella al bilancio”.

Giuseppe Sala, sindaco di Milano

“Stesso assessorato, a Milano, concesso dal sindaco Giuseppe Sala al suo socio in affari: Roberto Tasca è un professionista stimato con studio a Milano e cattedra a Bologna, ma è anche socio del sindaco in Kenergy, una società che produce energia elettrica e Sala aveva “dimenticato” di dichiarare ai cittadini nella sua autocertificazione giurata del febbraio 2015. Il sindaco di Milano ha anche un altro problema che proprio oggi sarà affrontato dal Tribunale civile di Milano: potrebbe decadere da sindaco perché ineleggibile”.

– Angelino Alfano

“Angelino, com’è noto, ha un fratello che si chiama Alessandro. L’operazione “Labirinto” della Procura di Roma ha beccato il faccendiere Raffaele Pizza a tessere relazioni “ad altissimo livello”. Tra queste, l’assunzione in una società delle Poste del fratello di Angelino”.

– Federica Guidi

“Federica Guidi almeno si è dimessa da ministro (come fece anche Maurizio Lupi per via del Rolex regalato al figlio Luca): nessun rilievo penale, ma forte imbarazzo politico, per aver comunicato in anteprima al suo compagno Gianluca Gemelli – lo prova un’intercettazione – un emendamento alla legge di stabilità che favoriva suoi interessi imprenditoriali. “E anche Maria Elena è d’accordo”, diceva al telefono Federica, riferendosi a Boschi”.

E infine:

Matteo Renzi

Spiega Barbacetto: “Quanto all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha scambi sia con gli amici, sia con i parenti. A Marco Carrai quando è sindaco di Firenze dà cariche pubbliche e riceve in uso una casa sulle rive dell’Arno e generosi finanziamenti per le sue avventure politiche”.

Dopo aver passato in rassegna tutti questi casi, la domanda sorge spontanea: perché tanto chiasso per Virginia Raggi, ma non una parola sui piddini?

Traete voi le conclusioni.

Uno spazio in tv mai visto prima: per il ‘Tg Renzi’ le percentuali più alte della storia

Il governo vuole prendersi tutto e non lasciare niente ai cittadini.

Se vince il Sì ci toglieranno per sempre il diritto di voto e ci imporranno un Senato di nominati. E il Sì può vincere solo con la disinformazione, perché nessun italiano approverebbe mai una porcata del genere, se tg e giornali informassero come si deve.

Ma i giornali e i tg, lo sappiamo, ci nascondono i fatti importanti e invertono la realtà, quando non fanno di peggio.

Il peggio che possa esistere in una democrazia è che i media diano spazio solo al partito al governo, mettendo a tacere le opposizioni.

Beh, signori, il peggio è arrivato: ormai la televisione italiana è diventata un “Tg Renzi”, lo rivelano i dati dell’Agcom. Si tratta di qualcosa mai visto prima, osserva Giandomenico Crapis sul Manifesto. Le percentuali sullo spazio riservato al premier nei telegiornali italiani sono del tutto inedite nella storia della televisione italiana:

“Dopo un silenzio durato parecchi mesi l’Agcom porta alla luce i numeri sul pluralismo politico delle televisioni. Al di là delle percentuali sullo spazio dedicato al Sì e al No, c’è un elemento che francamente continua a stupire, soprattutto se paragonato alle rilevazioni di qualche anno fa. Ed è lo spazio abnorme riservato dai telegiornali Rai al premier. L’ultimo documento Agcom ci dice che i tiggì pubblici gli offrono una media del 24% del tempo di parola e del 36% del tempo di notizia. In testa c’è il Tg2 con il 26% e il 41% dei tempi suddetti, segue il Tg1 di Mario Orfeo con cifre di poco inferiori (21,5% e 36,5%).

Ebbene: si tratta di percentuali del tutto inedite nella storia della televisione italiana. Un telegiornale che dedica un quarto o un terzo, se non più, delle proprie notizie al presidente del consiglio in persona (non al governo, attenti) è una cosa che non si era mai vista. A Mediaset ai tempi di Berlusconi ci avevano abituati a coperture molto elevate del premier, ma la Rai, invece, era rimasta molto al di sotto di questi valori sino ad almeno il 2013. Le cose cambiano con l’avvento di Renzi. La Rai che con Berlusconi, Monti e Letta aveva comunque dedicato al capo del governo un’attenzione non comune in altri paesi, comincia adesso con i suoi telegiornali a pedinare passo dopo passo il premier: quest’ultimo ne occupa stabilmente una fetta sempre più grossa sia con dichiarazioni riprese direttamente, sia con notizie che lo riguardano. Così i numeri, già importanti, salgono clamorosamente. Basti pensare che Berlusconi tra il 2009-2011 ottiene circa il 12% del tempo di parola, Monti durante il suo mandato quasi il 18% , Letta il 15. Appena arrivato, invece, Renzi, grazie anche all’effetto slides, supera a marzo del 2014 punte del 30%, poi si attesta su una media di oltre il 18%, prima di salire ancora nel corso dell’ultimo anno al 20-21% (34% del tempo di parola a dicembre 2015!)”.

È ovvio che in un regime mediatico-totalitario i cittadini non possono farsi un’idea corretta delle ragioni di entrambe le parti che si oppongono al referendum. E se il Sì vincerà, questo sarà il motivo.

Ah, e chi si indignava per Berlusconi, ora dovrebbe strapparsi le vesti.