Il grande problema della pasta fatta col grano straniero

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Questo servizio dello scorso luglio di Petrolio, programma di approfondimento Rai condotto da Duilio Giammaria, spiega “i problemi legati alla tutela della qualità della pasta “Made in Italy” a partire dal suo ingrediente base, il grano duro, che non è tutto italiano: ogni anno, nei nostri porti, arrivano 2 milioni 372mila tonnellate di grano straniero.”

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A fondo pagina potete vedere un breve spezzone della puntata che mostra i giornalisti Rai mentre portano un campione di pasta comprato al supermercato all’università Federico II di Napoli per essere analizzato.

E c’è un problema: “durante il viaggio sulle navi c’è il rischio muffe che rendono tossico il grano, mentre si studiano gli effetti dannosi dei fertilizzanti come il glifosato”.

Di seguito la trascrizione:

“Nei supermercati italiani la pasta occupa interi corridoi.

Sugli scaffali ci sono più di 100 marchi diversi, per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Ce chi dichiara di usare solo grano italiano e chi non fa cenno agli ingredienti.

È li che si nasconde il grano straniero. Noi compriamo un pacco di pasta di grano italiano e uno di grano estero e li portiamo all’Università Federico II di Napoli. Qui, nel laboratorio del dipartimento di farmacia lavora il professor Ritieni con la sua equipe.
Che differenza ce tra un grano italiano e un grano che per arrivare da noi attraversa l’oceano?

«Il viaggio che fa il grano per arrivare da paesi anche molto lontani può avere delle conseguenze sul contenuto di micotossine all’interno di questi frumenti duri.

Le tossine sono dei metaboliti che vengono prodotte da alcuni funghi microscopici che vengono chiamati molto comunemente muffe. Crescono in ben determinati siti geografici ma sopratutto hanno bisogno di temperatura, umidità e tempo; un grano proveniente da aree molto lontane, dovendo fare un viaggio molto lungo, ha tutto il tempo, la muffa, di continuare a crescere, di continuare a produrre micotossine, accumularle e farle trovare poi all’interno del grano quando arriverà nel sito di trasformazione.»

Verifichiamo allora che differenza ce tra la pasta fatta con grano italiano e quella fatta con grano straniero. Anzitutto i due campioni di pasta vengono macinati con un omogenizzatore ultra rapido.

«I due campioni sono stati perfettamente macinati, le due paste, separatamente, sono tornate ad essere molto più simili ad una semola vera e propria, adesso si aggiungerà un liquido di estrazione. Abbiamo ottenuto due contenitori contenenti all’interno una fase liquida che per centrifugazione si è separata lasciando sul fondo la parte più solida e una fase solida corrispondente invece alla semola, nella parte liquida giallastra saranno invece contenute le eventuali micotossine che saranno poi analizzate nell’apposita strumentazione che servirà a fare una valutazione di questa micotossina.

Si ottengono due valori che corrispondono alle concentrazioni di questa sostanza che è il DON, vomitoxina, all’interno del campione di grano duro, ovvero pasta fatta con grano duro di origine e viceversa la pasta di grano duro con originaria da frumento di provenienza estera.»

Quindi entrambe sono ai limiti della legge.

“Fortunatamente sono al di sotto del limite imposto dall’Unione Europea per questa tipologia, che è 750 però che una differenza che è superiore a due volte e più.»

Quindi queste penne che sembrano identiche.. «In effetti tali non sono.

«Per la comunità europea sono tutti prodotti che sono assolutamente commercializzabili, assolutamente utilizzabili dai consumatori, potendo, io a questo punto sceglierei per la mia salute, per poter stare meglio, un prodotto di origine italiana che mi assicura un vantaggio dal punto di vista del rischio a cui mi espongo.»

La pasta di grano straniero è quindi più contaminata ma non supera il valore massimo legale.
Ma come si è arrivati a fissare questo limite?

«Questo valore è un compromesso fra una serie di informazioni sia scientifiche che di consumi, quindi in Europa hanno deciso che 750 mg per tonnellata è il giusto punto di equilibrio. Il problema è, a mio parere, che questo valore tiene conto di una popolazione media europea dove invece gli italiani rappresentano chiaramente un’eccezione, questo limite non ha chiaramente un pesco equivalente per tutti i cittadini europei ma per gli italiani probabilmente andrebbe rivisto in una funzione protettiva».»

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