Omicidio Bari, arrestato capo dei vigili: finta multa per creare l’alibi al killer di mafia in cambio di smartphone e soldi

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Giovanni Palermiti, figlio del capo clan Eugenio Palermiti, e Domenico D’Arcangelo, comandante dei vigili urbani di Sammichele di Bari sono finiti in carcere insieme ad altre sette persone indagate a vario titolo di reati collegati all’esecuzione mafiosa di Rafaschieri.

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Secondo l’accusa della Direzione distrettuale antimafia di Bari, Palermiti si sarebbe avvalso dell’aiuto di D’Arcangelo per ottenere un finto verbale per infrazione al codice della strada che gli serviva come alibi per sfuggire all’accusa di aver ucciso Michele Walter Rafaschieri, dimostrando di essere, nel momento dell’agguato, a diversi chilometri di distanza dal luogo del delitto, avvenuto nella periferia di Bari nel quadro di una battaglia per lo spaccio nel quartiere Madonnella.

Il 28 settembre 2018 ci fu infatti un agguato in cui perse la vita Michele Walter Rafaschieri, 24enne, e si ferì gravemente il fratello maggiore al punto da rimanere paralizzato a vita. 

I poliziotti, sono riusciti a dimostrare che quel verbale sarebbe stato redatto nei giorni successivi all’omicidio da una vigilessa su ordine del comandante D’Arcangelo, che ora deve difendersi dalle accuse di corruzione e falso con aggravante mafiosa. La donna, quando i poliziotti l’hanno interrogata, ha dapprima dichiarato di non ricordarsi, poi ha confessato che oltre all’ordine di compilare quel verbale, il comandante le avrebbe chiesto di ripetere ai poliziotti che non aveva memoria dei dettagli della vicenda.

I poliziotti, avevano già in mano una serie di intercettazioni tra la vigilessa e il suo comandante, e quest’ultimo le ripeteva: “Stai tranquilla, qualunque cosa… tendono sempre a dire… a dire le puttanate…” e assicurava che gli inquirenti non avessero in mano alcuna prova contro Palermiti altrimenti avrebbero “già fatto”. Stando alle dichiarazioni dell’uomo che li avrebbe messi in contatto, l’esponente del clan inviò a D’Arcangelo, come forma di ringraziamento, un iPhone X del valore di 800 euro e nella confezione, secondo l’uomo, era presente anche del denaro. “Il D’Arcangelo – scrive nella sua ordinanza il gip Francesco Mattiace – aveva aderito alla richiesta del Palermiti il quale gli aveva mandato un iPhone all’interno della cui confezione c’erano dei soldi: il prezzo della corruzione del D’arcangelo”.

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