Big tech verso il modello a pagamento, ma la tendenza è anche inversa

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La notizia della scorsa settimana è stata la decisione di Elon Musk di lanciare gli account verificati a pagamento al prezzo di 7,99 dollari al mese: gli utenti che si abbonano a “Twitter Blue” riceveranno la nota spunta blu che fino a pochi giorni fa era riservata alle celebrità. Questa funzionalità sarà inizialmente disponibile solo negli Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Regno Unito.

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La mossa del fondatore di Tesla arriva dopo che numerose aziende hanno sospeso gli investimenti pubblicitari nella piattaforma: grandi case automobilistiche come Ford, General Motors, Audi, Volkswagen, così come Spotify e Pfizer, non faranno pubblicità su Twitter in attesa di capire quale sarà il futuro del social network. La preoccupazione maggiore di queste grandi società è che il taglio dei dipendenti possa avere un impatto negativo sulla moderazione dei contenuti.

Musk nei giorni scorsi ha sottolineato come il social network abbia registrato un calo “massiccio” del fatturato per via delle pressioni di gruppi di attivisti sugli inserzionisti, i quali non sono stati rassicurati neanche dalla lettera aperta in cui il tycoon ha assicurato che “Twitter non può ovviamente diventare un paesaggio infernale dove si può dire qualsiasi cosa senza conseguenze”.

È, questo, un duro colpo per Musk perché mette a rischio il suo piano di onorare i debiti di Twitter, triplicati dopo l’acquisizione della società. Debiti che il miliardario americano intende pagare aumentando il fatturato con gli introiti derivanti dagli account a pagamento. Tuttavia, anche se tutte le 400mila spunte blu presenti al momento su Twitter pagassero 8 dollari al mese, l’azienda ricaverebbe 38 milioni l’anno. Una cifra che non consentirebbe di coprire gli 845 milioni di interessi che il social network dovrà pagare sugli oltre 25 miliardi di dollari che hanno finanziato l’acquisizione.

A prescindere dal fatto che le spunte blu a 8 dollari aiutino, o non, Musk a risolvere i problemi finanziari del social network, Twitter Blue si inserisce in un trend che vede il settore tech spostarsi da un modello totalmente basato sulla pubblicità ad uno che si affida almeno in parte ad un abbonamento mensile o annuale, come le piattaforme di streaming video. Dove si sta invece verificando una tendenza inversa: si sta passando da un modello di business basato al 100% sugli abbonamenti, ad uno che comprende anche un’offerta pubblicitaria. Netflix dal 3 novembre ha lanciato in 12 paesi, tra cui l’Italia, un nuovo abbonamento mensile con pubblicità, che costerà 5,49 euro. L’offerta prevede delle pause pubblicitarie di 4-5 minuti ogni ora e limitazioni sui contenuti disponibili. Dal prossimo mese, anche Disney Plus introdurrà, inizialmente solo negli USA, un’offerta comprensiva di inserzioni pubblicitarie. E anche Apple potrebbe iniziare a competere seriamente nel terreno della pubblicità nella tv in streaming. Secondo quanto riportato da Bloomberg, il colosso americano starebbe lavorando alla creazione di un network pubblicitario per gestire gli annunci che andranno in onda durante le partite della Major League Soccer. Apple ha stretto con la lega di calcio americana un accordo per lo streaming delle partite per dieci anni, a partire da febbraio 2023. L’azienda di Cupertino ha di recente introdotto annunci pubblicitari all’interno della scheda Oggi dell’Apple Store e oggi fattura dalla pubblicità appena 4 miliardi. L’obiettivo sarebbe quello di raggiungere a breve le due cifre.

Meta si è invece inserita nel trend del modello a pagamento dando ai creator di Facebook e Instagram l’opportunità di guadagnare introducendo un abbonamento mensile per accedere ai contenuti. È una tendenza, questa, che si sta facendo strada nel big tech in seguito al successo di alcune piattaforme minori come Onlyfans, notoriamente specializzata nei contenuti per adulti, o Substack, che consente agli utenti di creare una newsletter e di chiedere ai lettori un contributo mensile o annuale per poterla ricevere. Substack, molto usata in America dai giornalisti freelance, trattiene il 10% dei ricavi, il resto va all’utente.
Non poteva mancare in questa rassegna Amazon: l’azienda di Jeff Bezos ha reso disponibili dal 1 novembre 100 milioni di brani per gli utenti Prime Music (a fronte dei 2 milioni disponibili in precedenza) e ha reso i podcast liberi dalle interruzioni pubblicitarie. Un modo per accattivarsi gli utenti e lanciare un forte messaggio ai principali concorrenti in ambito musicale: Spotify e Apple.

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