L’inversione a U di Musk sulle spunte blu di Twitter, il primo live streaming di Netflix e l’ondata di licenziamenti nel settore tech

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Anche questa settimana si è parlato soprattutto di Twitter, Elon Musk e della vicenda delle spunte blu.

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Alla fine il nuovo capo del social network è stato costretto a fare un’inversione a U sul nuovo programma di abbonamento da 7,99 dollari al mese perché non c’è al momento un modo efficace di evitare che i nuovi utenti paganti con la spunta blu possano impersonare noti marchi.

Infatti, il rilascio della nuova funzione è stato accompagnato da una proliferazione di account falsi che hanno impersonato importanti brand. Ad esempio, un account con la spunta si è spacciato per Nintendo pubblicando un’immagine di SuperMario che mostra il dito medio.

Inizialmente Twitter aveva lanciato anche una spunta di colore grigio riservata agli account di alto profilo, ma anche su questa funzione c’è stata una marcia indietro. È stato lo stesso Musk, in uno dei suoi tweet, ad annunciare che la spunta ufficiale non ci sarebbe stata più. Poi però Twitter ha riattivato il badge grigio.

Comunque finisca la storia delle spunte blu e delle spunte grigie, Twitter è a rischio bancarotta. Lo ha detto lo stesso Musk in un messaggio ai dipendenti del social network in cui ha parlato di un “flusso di cassa fortemente negativo” per l’azienda.

E ora veniamo all’importante novità di Netflix.

La piattaforma di streaming ha lanciato la sfida alla tv tradizionale annunciando che all’inizio del 2023 si terrà il primo speciale ‘live’ globale. Il protagonista della trasmissione sarà il comico Chris Rock, balzato all’onore della cronaca nei mesi scorsi per aver ricevuto uno schiaffo da Will Smith durante la cerimonia degli Oscar.

Questa svolta potrebbe fare di Netflix un diretto concorrente delle emittenti televisive tradizionali, ma non è la prima piattaforma di streaming a scendere in campo: Apple, Disney+ e Amazon Prime hanno già stretto accordi per i diritti degli eventi sportivi sia in America che in Europa.

Chiudiamo questa breve rassegna parlando dell’ondata di licenziamenti che sta travolgendo il settore tech.

Nei giorni scorsi Meta e Twitter hanno annunciato che licenzieranno rispettivamente circa 11 mila e 3700 dipendenti. Si tratta, nel caso dell’azienda madre di Facebook del 13% della forza lavoro totale, mentre per Twitter di poco meno della metà dei lavoratori.

Quelli dei due social network, però, sono soltanto i casi più noti: dall’inizio del 2022 sono stati più di 100 mila i dipendenti licenziati nel settore tech.

Tra le aziende che hanno deciso di ridurre il personale c’è ad esempio Stripe: la piattaforma di pagamenti elettronici licenzierà circa 1100 persone, il 14 per cento della propria forza lavoro. E licenzierà anche Salesforce: secondo quanto riportato da Protocol, l’azienda avrebbe pianificato un taglio del personale di circa 2500 unità. Nella lista delle aziende che licenziano c’è anche la società del social network Snapchat, che la scorsa estate ha annunciato un taglio del 20 per cento della forza lavoro.

A parte il caso più eclatante, ovvero quello di Meta, che deve fare i conti con l’ascesa di TikTok e le modifiche di Apple sulla privacy, il motivo principale dello tsunami di licenziamenti che si è abbattuto sul settore tecnologico sembra essere il timore per la recessione incombente. Uno scenario che ha portato gli investitori a tagliare gli investimenti pubblicitari e che ha quindi impattato fortemente le aziende che hanno un modello di business basato principalmente sugli ads, come Meta, Twitter e Alphabet, la holding che controlla Google. Quest’ultima, pur non avendo finora annunciato licenziamenti, ha registrato un utile netto di 13,9 miliardi di dollari, il 27 per cento in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

A ridurre il proprio organico tra i grandi dei media c’è infine Disney: i risultati del quarto trimestre sono stati “inferiori alle stime degli analisti”, perciò l’amministratore delegato dell’azienda, Bob Chapek, ha deciso uno “stop selettivo delle assunzioni” e dei “tagli di alcuni posti di lavoro”.

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