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In spigole e orate sostanze neurotossiche a causa del riscaldamento delle acque

Lo studio è del 2014, ma non tutti i consumatori sono informati dei prodotti che ogni giorno acquistano e mangiano: spigole e orate pericolose per il nostro sistema nervoso centrale perché contaminate da sostanze neurotossiche che “sono particolarmente pericolose per bambini, anziani o persone con patologie perché provocano danni al sistema nervoso centrale,” ha spiegato ad Adnkronos Enrico Alleva, accademico dei Lincei e direttore del reparto di neuroscienze comportamentali dell’Iss, che ha condotto la ricerca.

Alleva ha sottolineato che c’è “il rischio che, se a causa del riscaldamento delle acque i pesci saranno meno capaci di catturare prede difficili perché mobili e si concentreranno su prede di animali che vivono nel fondo a contatto con il fango molto spesso contaminato, allora questi pesci potrebbero accumulare nelle loro carni qualcosa di potenzialmente tossico per la specie umana”.

Il cambiamento climatico globale, conclude Alleva, “interessa in forma crescente tutti i comparti della biosfera, e massivamente quello delle acque oceaniche, marine e dolci. Questo fenomeno mette a rischio la biodiversità ecosistemica e causa perduranti effetti, attraverso la catena trofica acquatica, anche sulla specie umana”.

Aldeide perillica, la sostanza bandita dall’UE che non appare in etichetta

L’aldeide perillica causa danni al DNA nel fegato ed è stata quindi bandita dall’UE.
Ma tutti i prodotti che contengono questa sostanza che sono stati immessi sul mercato prima di ottobre 2015 possono essere commercializzati fino alla data di scadenza.
Quindi, fate estrema attenzione!
Nessuno ci dice niente, ma noi ci teniamo alla salute: potreste comprare cibi che ancora contengono questa sostanza tossica.

Cancro e talco Johnson & Johnson, donna risarcita con 70 milioni di dollari

È la terza volta che viene stabilita una correlazione tra l’utilizzo del talco e l’insorgenza di un tumore. Ora a St. Louis un tribunale americano ha riconosciuto a una donna malata di tumore alle ovaie il diritto a ricevere un risarcimento di oltre 70 milioni di dollari in una causa intentata contro la Johnson & Johnson (J&J). Deborah Giannecchini, residente a Modesto in California, si legge su Adnkronos, “aveva infatti portato di fronte ai giudici l’azienda, con l’accusa di essersi ammalata a causa dell’uso della polvere di talco prodotta dalla stessa J&J. La notizia della vittoria della Giannecchini, la terza in ordine di tempo fra le numerose (quasi 2.000) cause intentate contro il talco J&J, rimbalza sui media d’Oltreoceano, che ricordano gli altri casi: oltre ai due risarcimenti riconosciuti quest’anno ad altre due donne per un totale di 127 milioni di dollari (72 mln a febbraio a una donna dell’Alabama e 55 mln a una paziente del South Dakota), altri due sono stati rigettati in New Jersey da giudici che hanno ritenuto impossibile verificare il legame fra l’uso del prodotto e l’insorgenza del cancro”.

Solo qualche mese fa, riporta il Messaggero, un tribunale di St. Louis ha ordinato all’azienda di pagare 55 milioni di dollari di danni ad una donna di nome Gloria Ristesund, 62enne del South Dakota, la quale afferma che l’uso per anni di prodotti a base di talco l’ha portata a sviluppare un tumore ovarico

Allarme clorexidina: il diffusissimo disinfettante potrebbe indurre resistenza agli antibiotici

Un disinfettante diffuso sia nelle case degli italiani che negli ospedali potrebbe indurre resistenza ad un antibiotico chiamata colimicina. È quanto rilevateo da uno studio pubblicato su Antimicrobial Agents and Chemotherapy, la rivista dell’American Society for Microbiology. Ne parla Maria Rita Montebelli su Quotidiano Sanità:

“A queste conclusioni i ricercatori americani sono giunti andando ad esporre alcuni ceppi di Klebsiella pneumoniae, rappresentativi dei comuni isolati ospedalieri, a concentrazioni crescenti di clorexidina. Mentre alcuni di questi ceppi venivano uccisi dall’esposizione alla clorexidina, altri riuscivano a sopravvivere a concentrazioni di disinfettante molto superiori a quelle che determinavano la morte dei ceppi parentali. Altri ancora infine acquisivano una resistenza alla colistina, indotta da mutazioni geniche specifiche”.

J. Mark Sutton del National Infections Servicedi Salisbury, Gran Bretagna, ha commentato dicendo: “La clorexidina è un componente critico delle attuali pratiche di controllo delle infezioni; lo sviluppo di un aumento di resistenza per esposizione a questo composto ha potenziali ricadute sulle nostre capacità di prevenire le infezioni durante i ricoveri in ospedale e nel corso degli interventi chirurgici di routine o di emergenza”.

Così hanno pagato gli scienziati per attribuire le malattie cardiache ai grassi (e non allo zucchero)

L’industria saccarifera negli anni ’60 pagò gli scienziati per minimizzare l’importanza del collegamento tra il consumo di zucchero e l’insorgere di malattie cardiache e attribuirne invece la causa agli acidi grassi saturi, ovvero i grassi presenti nella carne e nei suoi derivati, nei latticini e in alcuni oli vegetali.

È quanto emerge da documenti interni del settore, scoperti di recente da un ricercatore dell’Università della California, e pubblicati lunedì scorso sulla rivista JAMA Internal Medicine: questi documenti suggeriscono, riporta il New York Times, che almeno 50 anni di ricerca sul ruolo della nutrizione nello sviluppo delle malattie cardiache sono stati influenzati dall’industria saccarifera, incluso alcune raccomandazioni della dieta odierna.

“Sono stati in grado di deragliare la discussione sullo zucchero per decenni,” osserva Stanton Glantz, professore di medicin alla U.C.S.F. di San Francisco e autore dello studio.

I documenti mostrano che un gruppo chiamato The Sugar Research Foundation, e noto oggi come Sugar Association, pagò tre scienziati di Harvard l’equivalente di 50.000 $ di oggi per pubblicare nel 1967 una revisione della ricerca su zucchero, grassi e malattie cardiovascolari. Gli studi citati nella revisione furono selezionati accuratamente dal gruppo di ricercatori e l’articolo, pubblicati sul prestigioso New England Journal of Medicine ridimensionavano il collegamento tra zucchero e salute del cuore e denigravano i grassi saturi.

Sebbene queste rivelazioni risalgano agli anni ’60, inchieste giornalistiche più recenti mostrano come l’industria alimentare continui ad influenzare la scienza dell’alimentazione.

Nel 2015 il New York Times ha rivelato che Coca Cola, primo produttore mondiale di bevande zuccherate, ha finanziato con milioni di dollari i ricercatori che minimizzassero la relazione tra il consumo di bibite zuccherate e l’obesità.

E nel giugno scorso l’Associated Press ha svelato che i produttori di dolciumi finanziavano ricerche che dimostrassero come i bambini che mangiano caramelle tendono a dimagrire di più di quelli che non ne mangiano.

Gli scienziati di Harvard che hanno condotto la ricerca non sono ancora in vita. Ma hanno fatto carriera. Uno dei tre era D. Mark Hegsted, diventato poi “Head of Nutrition” al Dipartimento dell’Agricoltura USA, dove nel 1977 aiutò ad abbozzare l’antesignano delle linee guide del governo federale per la dieta. Un altro era Dr. Fredrick J. Stare, presidente del Dipartimento di Nustrizione di Harvard.

Delle informazioni diffuse dalla stampa specialistica, come vedete, non sempre ci si può fidare. In Italia il dottor Franco Berrino, edidemiologo dell’Istituto dei Tumori, e autorevole ricercatore, avverte da anni dei rischi dello zucchero, come potete vedere nel video sottostante:

Se riconoscete questo sintomo correte subito all’ospedale

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ictus ci colpisce quando si verifica una improvvisa comparsa di sintomi e segni riconducibili a un deficit focale del linguaggio, della vista e\o della sensibilità e\o del movimento o dell’insieme di tutte queste funzioni cerebrali. Le cause possono esserre:

1. uUna riduzione dell’apporto di sangue a una zona del cervello dovuto a occlusione di un vaso (infarto cerebrale)

2. Rottura di un vaso (emorragia intracerebrale)

3. Rottura di un aneurisma cerebrale (emorragia sub aracnoidea)

Uno studio osservazionale effettuato in Italia, leggiamo su La Stampa, “ha rivelato come, in generale, il tempo che passa fra il momento in cui il paziente si accorge di avere qualche problema e il momento in cui arriva in ospedale è troppo lungo per garantirgli un’assistenza efficace”.

Come intervenire se sospettiamo un ictus

Per questo motivo è importante agire subito. Valeria Caso, presidente dell’European Stroke Organization, consiglia di adottare l’approccio RAPIDO se sospettiamo che il malore nostro, di un familiare o di un amico sia Ictus. Rapido è l’acronimo di:

R – RIDI – chiedete di sorridere e osservate se la bocca è asimmetrica;
A – ALZA LE BRACCIA – chiedete di alzare le braccia e verificate se riesce a sollevarne una sola;
P – PARLA – chiedete di parlare e verificate se riesce ad esprimersi in maniera comprensibile o confusa;
I – ICTUS;
D – DOMANDA AIUTO – chiamate immediatamente il 118 e descrivete correttamente i sintomi
O – ORARIO – prendete nota dell’ora esatta in cui sono iniziati i sintomi, una informazione che sarà utile ai sanitari per operare entro le 4 – 6 ‘golden hour’.

Valeria Caso ha anche spiegato che “per ottenere la massima efficacia dai trattamenti è consigliabile arrivare in ospedale al massimo entro 60 minuti; come nelle malattie cardiache, anche un solo minuto può fare la differenza. Il trattamento con i farmaci infatti è efficace se eseguito entro 4 ore dall’inizio dai sintomi, mentre sono 6 le golden hour per il trattamento dei vasi più grandi con la trombectomia meccanica, in cui viene inserito uno stent di ultima generazione che rimuove l’ostruzione e ripristina l’afflusso di sangue e ossigeno”.

Come si fa il foie gras? Ecco l’orrore dietro la sua produzione

In questo video diffuso da Animal Equality, un’organizzazione internazionale che lotta per la difesa degli animali, vengono mostrato come si fa il foie gras, il fegato d’oca che tanto piace alla gastronomia.

Le oche vengono rinchiuse in minuscole gabbie dalla nascita e vengono alimentate con più cibo del dovuto con l’obiettivo di far ingrossare il fegato velocemente, in modo che abbia dimensione dieci volte superiore a quelle naturali.

Questi animali, spiega l’attivista di Animal Equality, Fabrizia Angelini, “possono arrivare a vivere dieci, quindici anni, le oche e le anatre destinate alla produzione di foie gras vengono macellate a 4 mesi perché a causa delle dimensioni del fegato non sono più in grado di vivere, hanno problemi respiratori, gravi malattie. I pasti delle oche consistono in grano bollito nel grasso in modo da facilitarne l’ingestione, cosa che porta alla formazioni di grandi depositi di grasso nel fegato, proprio quello che viene ricercato dalla gastronomia.”

Fortesano.it promuove una vita e una dieta sana non solo per noi, ma anche per gli animali, esseri viventi come noi che meritano cura e rispetto.

Nella sua inchiesta Animal Equality ha documentato “scene terribili di animali confinati in minuscole gabbie, affetti da stress e depressione, feriti dal tubo che ogni giorno gli viene spinto nell’esofago per far passare il cibo, oppressi da problemi respiratori e di deambulazione per le abnormi dimensioni raggiunte dal fegato, maltrattati e lasciati morire senza cure”, ha detto Francesca Testi, portavoce dell’organizzazione in Italia.

Anche Esselunga dice no al foie gras

Dopo Conad, Pam e Eataly anche Esselunga ha deciso di ritirare il foie gras dagli scaffali dei propri 150 supermercati e ipermercati presenti in Italia.

Una scelta influenzata anche dalla campagna #ViaDagliScaffali di Essere Animali, associazione animalista che promuove il veganismo e si batte per la difesa degli animali.

Che cos’è il foie gras?

Il foie gras è il fegato d’oca prodotto alimentando le oche con più cibo del necessario, con l’obiettivo di far ingrossare il fegato velocemente, in modo che abbia dimensione dieci volte superiore a quelle naturali.

In un altro articolo vi avevamo parlato di questo processo di produzione, riportando un’inchiesta di Animal Equality. Fabrizia Angelini, attivista di questa organizzazione, spiegava che “possono arrivare a vivere dieci, quindici anni, le oche e le anatre destinate alla produzione di foie gras vengono macellate a 4 mesi perché a causa delle dimensioni del fegato non sono più in grado di vivere, hanno problemi respiratori, gravi malattie. I pasti delle oche consistono in grano bollito nel grasso in modo da facilitarne l’ingestione, cosa che porta alla formazioni di grandi depositi di grasso nel fegato, proprio quello che viene ricercato dalla gastronomia”.

Fortesano.it promuove una vita e una dieta sana non solo per noi, ma anche per gli animali, esseri viventi come noi che meritano cura e rispetto.

Per questo condanniamo le “scene terribili di animali confinati in minuscole gabbie, affetti da stress e depressione” documentate da diverse inchieste. E invitiamo i nostri lettori ad evitare il foie gras.